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Politica

Il banco di prova di Giorgia, quando la democrazia sceglie chi comanda

di Alessandro Scipioni -

Giorgia Meloni nell'Aula del Senato


​Chi strilla allo scandalo sulle preferenze e accusa Giorgia Meloni di incoerenza farebbe bene a ripassare la storia della Repubblica anziché recitare il copione della purezza ritrovata. Negare che l’unica bussola sensata sia quella che affida agli italiani il potere di decidere chi governa significa voler mantenere in vita il vecchio tranello della politica di palazzo. I governi senza mandato, inciuci da retrobottega e maggioranze decise a tavolino, in barba allo spoglio. La verità è che Meloni ha avuto il coraggio politico di puntare tutto sulla linearità del verdetto delle urne, sfidando un sistema che storicamente ha il terrore del giudizio popolare.

​Basta guardare i precedenti per capire la posta in gioco. L’intera stagione in cui la sinistra ha guidato il Paese racconta di una voragine di stabilità. Tra il 1996 e il 2001 i governi progressisti hanno cannibalizzato tre premier nel giro di una sola legislatura, e nel 2006 il secondo esperimento di Romano Prodi si è rivelato duraturo quanto un gatto in tangenziale. Pretendere oggi che la soluzione sia lo status quo significa voler perpetuare gli intrighi da bottegai.

​Eppure, la mossa della premier è un vero e proprio all-in, un azzardo calcolato che si muove su un terreno minato. Lasciare fuori la componente di Vannacci da un lato, e scommettere che il centrosinistra e le opposizioni non durino dall’altro, è una strategia che scopre il fianco a rischi enormi. Perché se è vero che il campo largo avversario naviga tra mille contraddizioni e fibrillazioni croniche, è altrettanto vero che i suoi avversari avranno un bersaglio da centrare, che sicuramente non mancheranno se vincono, ossia l’elezione del prossimo Capo dello Stato.

Vannacci, Campo Largo e Capo dello Stato: i rischi del grande azzardo

​Su quella scadenza istituzionale si giocherà la vera partita. E c’è da scommettere che una parte non marginale di Forza Italia, mossa da spinte centriste e da convenienze di corridoio, potrebbe finire per fare da stampella a quelle medesime istanze. Dipingere il Partito Democratico come una forza estranea al potere è un esercizio di fantasia. L’arroccamento dei dem attorno alle stanze dei bottoni è una costante antropologica della nostra Seconda Repubblica, vissuta con la stessa identica brama di sopravvivenza da attori spregiudicati come Matteo Renzi, sempre pronti a riposizionarsi per restare determinanti. Pensare che questa galassia si squagli o vada a casa facilmente è un’illusione ottica.

Io questa scommessa non la farei. Mi porterei dentro Vannacci. Perché si ricordi Meloni, che se vincono e si eleggono il Capo dello Stato, lei rimane paralizzata per almeno altri nove anni. Tra il tempo che ci vuole per eleggerlo e cadere il giorno dopo. Se le va male e riescono ad andare avanti, per dodici. E in politica è un’era geologica, di cui potrebbe non vedere la fine.

​Le accuse a Meloni sulle preferenze sono meramente strumentali. La verità è che a remare contro le preferenze sono proprio Forza Italia e Matteo Salvini, strenui sostenitori del capolista bloccato, perché è l’unico strumento che garantisce alle segreterie di decidere a tavolino chi siederà in Parlamento, con le loro percentuali. Meloni non poteva essere contraria neanche come segretario di Fratelli d’Italia. Fratelli d’Italia eleggerà con la preferenza, viste le sue percentuali.

Le vere responsabilità sulle preferenze, tra Forza Italia e Salvini

In questo quadro, Meloni ha dimostrato un coraggio raro, accettando il rischio calcolato di aprire il confronto in Aula e mettendo in conto di scontentare i suoi stessi alleati pur di rivendicare il principio della scelta popolare. Ha rischiato grosso, è vero. Ma in un sistema politico narcotizzato dall’autoreferenzialità, la vera trasgressione è provare a far decidere agli elettori.

È un grosso azzardo, che a mio avviso deve rivedere sulla larghezza del Campo Largo a destra. Però già il fatto che voglia distruggere il sistema dei governi fatti a tavolino, le vale un riconoscimento.

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