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Economia

Il premio Nobel che smentisce Lagarde e Bce

di Maria Graziosi -


La tentazione sarebbe quella di dire che il premio Nobel all’Economia, quest’anno, è andato al papà della flat tax così come la intendiamo oggi. Ma non sarebbe pienamente corretto. Innanzitutto perché insieme a Robert E. Hall ne è stato insignito anche Michael Woodford. E, in seconda battuta, perché la ragione alla base della scelta del comitato scientifico per il premio Nobel all’Economia, è un bel po’ più ampia. E, soprattutto, di ancora più stringente attualità.

Il premio Nobel a Hall e Woodford

Hall e Woodford hanno, ciascuno dal suo punto di vista e con il proprio lavoro, contribuito a cambiare il “paradigma nelle politiche di stabilizzazione economica”. Insomma, oggi le banche centrali alzano (spesso) e abbassano (poco) i tassi prendendo come basi analisi che discendono dall’applicazione dei loro modelli. Sembra difficile, ma non lo è.

Hall ha iniziato nel 1978, Woodford ha proseguito anni dopo mettendo nero su bianco una teoria che oggi non si esita a definire “neokeynesiana”. La rivoluzione è stata quella di applicare la micro alla macro-economia.

La realtà più forte della (semplice) statistica

Detta più chiara. Le scelte dei singoli, i loro comportamenti rappresentano, se debitamente analizzati e aggregati insieme, degli indicatori economici anche più affidabili dei dati generali e statistici. Ecco: invece di scegliere se e di quanto aumentare il costo del denaro sulla base di quanto afferma Eurostat, secondo la ricetta di Hall e di Woodford bisognerebbe farlo studiando le decisioni e le scelte che le famiglie (o le imprese) fanno nel loro complesso.

Non ha senso affidarsi a numeri standard (vero, signora Lagarde?) se intanto abbiamo ripreso a mangiare di meno, tagliamo la spesa sanitaria e teniamo spenti, più possibile, i riscaldamenti. Non potrebbe essere più attuale, stringente e puntuale di così.

La lezione dagli anni ‘70

Non potrebbe esserlo oggi che c’avviamo, dritti dritti, al baratro della stagflazione che ha caratterizzato gli anni ’70. Ieri come oggi: tassi altissimi per battere l’inflazione causata dall’energia. Una lezione che abbiamo dimenticato. Anzi, che hanno scordato quelli che giurano di volercene portar fuori.

Il primo articolo, anzi quello che da solo è valso il premio a mister Hall risale all’ormai lontano 1978. L’architrave della teoria dei consumi: rivelò che le famiglie tendono a preferire la stabilità e che ogni mutamento di comportamento era il segnale, affidabilissimo, di dove stesse andando l’economia. “Piuttosto che basare i modelli su legami statistici tra variabili macroeconomiche, come inflazione, produzione e consumo, hanno scelto di costruirli su una base microeconomica”, si legge nelle motivazioni del premio. E all’Eurotower, a (più di) qualcuno saranno fischiate le orecchie.

La politica monetaria si annuncia

A proposito di banche centrali, nel 2003 Michael Woodford già diceva che la politica monetaria si fa (anche) con gli annunci. Cioè le aspettative, così come quelle legate ai consumi delle famiglie, influiscono immediatamente sull’economia. Questo, e non è per niente poco, è un altro schiaffo a Lagarde che, invece, distribuisce panico sui mercati dicendo di non essere legati a nessun piano prestabilito. Proprio il contrario, in un certo senso, di ciò che predica il nuovo premio Nobel.

La flat tax e gli sticky prices

Hall, poi, nell’ambito delle sue teorie ha sviluppato anche quella della flat tax nel 1985. Insieme ad Alvin Rubushka, non a Michael Woodford che, invece, s’è concentrato tra le altre cose sulla teoria degli “sticky prices”, ossia dei prezzi “vischiosi”. In pratica, ha spiegato come mai i costi non calano così velocemente come ci si aspetterebbe di fronte a situazioni economiche nuove e, magari, migliori. Ricorda qualcosa, di sicuro, a chiunque frequenti i distributori di benzina. Altro che razzi e piume. Ma questa è un’altra storia, anzi un’altra teoria.

La flat tax di Hall mirava a sburocratizzare persino il rapporto col Fisco. In America dove, a differenza che in Europa, è già molto meno imballato che da noi.

L’applicazione nell’Est

La teoria prevedeva l’applicazione di un’aliquota fissata al 19 per cento. Negli Usa ha sviluppato dibattiti anche furiosi, dagli anni ’80 in poi. Ma non è mai stata applicata. Cosa che, invece, è accaduta nei Paesi dell’Est europeo che, con la caduta del Muro di Berlino, s’apprestavano a uscire dai sistemi collettivistici e ad avviare una stagione di feroce liberalizzazione. Il premio Nobel all’Economia di quest’anno premia una visione laterale e del futuro.

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