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Economia

Ilva, l’ora delle proteste: a Genova le tende, a Taranto i blocchi

Ieri il lunedì nero dello sciopero ma finché non ci saranno buone notizie, i lavoratori restano in agitazione

di Pietro Pertosa -


il tempo delle proteste. È l’ora delle fanfare. Adesso tutti si svegliano e s’accorgono che l’ex Ilva sta per chiudere baracca e burattini. I lavoratori, a Genova e Taranto, sono scesi di nuovo in piazza. Gli uni hanno montato le tende di fronte alla Prefettura. Non se ne andranno, hanno annunciato, fino a che non verrà scongiurato lo stop alla produzione per gli stabilimenti di Cornigliano e Novi Ligure decretati dall’azienda. Per dimostrare che fanno sul serio, dopo che le tensioni si son riassorbite e il cordone delle forze dell’ordine s’è dissipato, hanno messo salsicce a grigliare sui barbecue. Il presidio sarà permanente. E al barbecue della rabbia, gli operai, hanno invitato a partecipare tutta la città.

Il tempo delle proteste

Gli altri son tornati a bloccare le strade per chiedere notizie certe sul futuro. Tutti, ma proprio tutti, erano accanto a loro. Istituzioni, politica. Tutti a dir la loro. Tutti, pure quelli che hanno firmato lo scudo penale per Arcelor Mittal o questi che sognavano di fare, al posto dell’area a caldo (e a freddo) di Taranto un luna park per turisti stranieri. L’overtourism, a quel tempo, non era percepito come un problema ma come un’opportunità.

Tra Cdm, Cassazione e imprese

Questa sera, intanto, si riunisce il consiglio dei ministri. Si attendono i piani per garantire, almeno, l’ammortizzazione sociale. Il futuro dell’ex Ilva, però, dipenderà da quello che decideranno le Sezioni Unite della Cassazione. Almeno secondo Emma Marcegaglia che, a margine dell’assemblea di Assolombarda a cui ha preso parte ieri, ha affermato che le imprese italiane “sono al lavoro” ma che restano in attesa. Il grande piano nazionale s’è fermato sull’area a freddo. Quando il gioco s’è fatto duro, la siderurgia italiana ha preferito attendere in attesa di capire meglio la situazione. Intanto le famiglie aspettano. I lavoratori pure. è il tempo delle proteste, è l’ora delle fanfare.

La posizione di Adi

L’azienda aveva già ricordato, nelle ore che hanno preceduto la mobilitazione, di aver lavorato per garantire la continuità produttiva il più a lungo possibile. E di averlo fatto pensando a un orizzonte che andasse oltre il limite dei 90 giorni indicato dalla Corte d’Appello. Un intendimento che però s’è dovuto infrangere “dopo aver preso atto che le prescrizioni del Tribunale non erano realizzabili nei tempi concessi”. Dei due ricorsi presentati, infatti, anche il secondo, volto a mantenere i forni in riscaldo almeno fino alla pronuncia della Cassazione, è stato respinto il 5 ottobre. L’amministrazione straordinaria ha quindi preso una decisione “dolorosa, ma inevitabile”.

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