Quel traffico di rifiuti dall’Albania alla Thailandia
Una battaglia normativa e giudiziaria che interessa tutta l'Europa
In Albania un’inchiesta per traffico internazionale di rifiuti pericolosi verso la Thailandia: una filiera di omissioni e falsificazioni. Una vasta indagine della Procura del porto di Durazzo ha portato all’arresto di 20 persone e all’emissione di mandati per 33 indagati.
L’indagine sul traffico illecito di rifiuti pericolosi verso l’estero torna a mettere sotto i riflettori la vulnerabilità dei controlli ambientali nel Paese balcanico e le lacune delle normative internazionali sul movimento transfrontaliero di materiali tossici.
Traffico di rifiuti dall’Albania alla Thailandia
L’operazione — che vede tra gli indagati dirigenti di società private, funzionari doganali e membri dell’Agenzia nazionale per l’ambiente — ha ricostruito la spedizione di oltre 100 container di materiali classificati come “rifiuti pericolosi” caricati nel luglio 2024 nel porto di Durazzo e diretti a Bangkok, in Thailandia.
Secondo le autorità thailandesi, come confermato da analisi successive, materiali altamente contaminanti riconducibili alla polvere da forni elettrici per la produzione di acciaio. Materiali classificati come hazardous waste ai sensi delle normative internazionali, con elevate concentrazioni di zinco, ferro, piombo e altri metalli pesanti.
L’inchiesta
La Thailandia respinse la spedizione pochi mesi dopo, in base alle segnalazioni di gruppi ambientalisti internazionali come il Basel Action Network. I container ritornarono così ad Albania, dove le autorità avviarono accertamenti che hanno portato solo ieri alle misure cautelari richieste dalla procura.
La portata dell’indagine, vasta: diffuse, le violazioni: falsificazione di documenti doganali, dichiarazioni ingannevoli sulla natura dei materiali esportati e sospetto coinvolgimento di funzionari pubblici che avrebbero omesso controlli obbligatori e favorito l’esportazione illegale.
In particolare, gli inquirenti albanesi hanno evidenziato che le società coinvolte, tra cui Kurum International e Sokolaj shpk, avrebbero consapevolmente manipolato le classificazioni di rifiuti industriali — dichiarandoli talvolta come semplici ossidi metallici — per farli passare come merci legali.
Tra gli arrestati, dirigenti delle società esportatrici e dipendenti di istituzioni chiave per la vigilanza ambientale e doganale, tra cui funzionari dell’Agenzia nazionale per l’ambiente e della direzione doganale di Durrës. A loro, contestati abuso d’ufficio e riciclaggio di denaro.
Le rotte illegali verso Asia e Africa
Questa vicenda non è un episodio isolato. Da sempre, una rete di pratiche illecite che vedono frequentemente Paesi con controlli ambientali deboli utilizzati come snodi per esportare materiali tossici da Paesi con normative più severe. Ong come il Basel Action Network stimano che il commercio globale di rifiuti pericolosi, legale e illegale, possa valere decine di miliardi di dollari all’anno.
Gli esempi di rotte analoghe nel Mediterraneo non mancano. Spedizioni di rifiuti tossici e contaminanti sono state segnalate in direzione di Paesi africani e asiatici, con il Sud-Est asiatico — Thailandia in primis — diventato uno dei principali “campi di prova” e imbuto di carichi pericolosi non conformi alle normative di import.
Le implicazioni per l’Albania sono profonde. Oltre alle responsabilità penali dei singoli individui, la vicenda rivela un sistema di controllo ambientale e doganale vulnerabile a infiltrazioni e pressioni economiche, capace di mettere in discussione l’efficacia delle reti di controllo europee e internazionali.
Una questione che riguarda tutta l’Europa
La risposta delle autorità, ora con un numero significativo di arresti e indagati, potrebbe segnare un punto di svolta nell’azione contro il traffico mondiale di rifiuti pericolosi. Tuttavia, le domande rimangono. Quante altre spedizioni simili sono riuscite a passare inosservate? E fino a che punto i sistemi di controllo doganale e ambientale nei porti europei sono adeguati a intercettare fenomeni di questa scala?
Nella risposta a questi interrogativi, i contorni di una battaglia normativa e giudiziaria che supera i confini dell’Albania.
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