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Politica

La sinistra e la sindrome del panda

di Giuseppe Ariola -


Quando da giuste diventano strumentali, le battaglie non fanno un buon servizio a sé stesse. È il caso della levata di scudi dell’opposizione contro la maggioranza per il mancato inserimento nella riforma elettorale delle quote di genere per quanto riguarda i capilista bloccati. Una polemica che suona inutile per diversi ordini di motivi. A partire da quello per il quale la nuova legge elettorale prevede l’obbligo dell’alternanza di genere per tutti gli altri candidati dopo il primo. In secondo luogo, questa crociata sembra ormai essere diventata anacronistica. E per fortuna.

La rappresentanza femminile alla Camera e al Senato è sempre più ampia e certamente resterà sostanziosa anche in futuro. Questo perché si è sdoganato un principio per il quale meritoriamente in tanti, quando ce n’è stato bisogno, si sono battuti. E lo dimostrano i tanti esempi dai quali risulta evidente anche come il concetto di parità sia finalmente in grado di affermarsi senza la necessaria presenza delle fatidiche quote.

Giorgia Meloni è la prima presidente del Consiglio donna non certo per una questione di equilibrio di genere. Elly Schlein guida il primo partito di opposizione, nonché il secondo dell’arco costituzionale, non certo in ottemperanza a un principio di parità uomo-donna tra i dirigenti del Pd. E lo stesso vale per tutte quelle donne che sono al governo, che guidano vari gruppi parlamentari e commissioni non in virtù di una qualche norma relativa al genere, ma per le loro capacità. Ecco perché sostenere che senza specifiche previsioni relative ai capilista nella riforma elettorale il prossimo Parlamento rischia di essere completamente al maschile suona come una bufala.

La sindrome del panda: le quote di genere non servono

Se, invece, questo timore che la sinistra solleva è sincero, allora la situazione è peggiore di quanto non ci si aspetti. Evidentemente non c’è fiducia nei partiti dei quali si fa parte e dei rispettivi segretari. Perché sono loro che scelgono chi candidare nelle proprie liste, non gli avversari e neanche alcuna legge elettorale. E se dall’opposizione si denuncia davvero con sincerità il pericolo che le aule parlamentari possano svuotarsi di donne, significa che chi si reputa progressista e considera le battaglie per i diritti quasi come proprio esclusivo appannaggio non è poi così all’avanguardia.

Significa non aver fiducia nei propri leader. E se questi timori sono fondati, allora, non è un caso che a portare la prima donna a Palazzo Chigi, ma anche alla presidenza del Senato, seconda carica dello Stato, sia stato il centrodestra.

La verità è che, a prescindere dalle quote di genere, non c’è nessun rischio estinzione della rappresentanza femminile in Parlamento. E fomentare la sindrome del panda serve solo ad aizzare l’intransigenza di chi per mostrare di esistere deve tenere viva una battaglia. Anche se la guerra è già vinta. Almeno i Vietcong non sapevano fosse finita.

L’Italia soffre ancora fortemente di una lunga serie di problemi legati alle differenze di genere e su quelli è giusto – anzi, doveroso – rimboccarsi le maniche. Ma sul fronte della rappresentanza istituzionale questo problema non c’è. Almeno non più. E in generale, che si tratti di donne o di uomini, la vera speranza è che i partiti sappiano valorizzare le proprie risorse migliori, anche evitando che il merito finisca per essere mortificato dall’aritmetica di genere.

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