Alla ministeriale Ue di Wicklow e poi nella conferenza stampa congiunta di Ursula von der Leyen e Mark Rutte a Bruxelles, il partito trasversale della guerra ha mostrato tutta la sua determinazione. Non prudenza, non analisi, non esame. Solo una crescente spinta verso il confronto diretto con Mosca, alimentata da un racconto che trasforma ogni indizio in prova, ogni sospetto in “verità”. Il caso di Lipsia, con le sue ombre e la smentita russa, avrebbe richiesto cautela. È stato invece brandito come un’arma politica, un pretesto per rilanciare la retorica dell’“attacco diretto all’Europa”, senza che alcuna verifica indipendente abbia ancora confermato la versione tedesca.
La linea ondivaga dell’Italia e le affermazioni di Tajani
In questo clima di allarme permanente, l’Italia si ritrova esposta, quasi trascinata dentro una spirale che non controlla. Antonio Tajani, nel tentativo di compiacere i “volenterosi” europei, ha inanellato dichiarazioni oscillanti tra l’allusione e l’enfasi, tra il sospetto e l’evocazione di minacce nebulose. “Disinformatia”, “attacchi ibridi”, “condizionamenti elettorali” e “hacker russi quotidiani”. Un lessico che sembra più costruito per rassicurare Bruxelles che per informare i cittadini italiani. Il ministro degli Esteri ha parlato di un’Italia “oggetto di iniziative politiche e di guerra ibrida”, senza portare elementi concreti. E così, nel tentativo di mostrarsi vigile, ha finito per alimentare un allarme che rischia di trascinare Roma nel “gioco” pericoloso dell’escalation.
Il caso del visto del presunto attentatore di Lipsia è emblematico. Tajani ha annunciato verifiche, ipotizzato inchieste, evocato responsabilità di “Paesi non alleati dell’Europa”. Ma tutto appare prematuro, costruito su indiscrezioni, privo di riscontri. Un modo di procedere che non rafforza la credibilità italiana, la indebolisce. E soprattutto la allinea, quasi automaticamente, alla narrativa dei “falchi” europei.
Salvini si smarca dal collega
A rendere più evidente la frattura interna al governo è la posizione di Matteo Salvini. Il leader della Lega pur non negando la responsabilità russa nella guerra, ha rifiutato la retorica dell’assedio, l’idea di un’Italia sotto attacco, la suggestione di elezioni manipolate dal Cremlino. “Non penso che gli italiani voteranno influenzati da nessuno”, ha detto. Salvini ha individuato chiaramente il problema. Alcune cancellerie europee sembrano non voler chiudere la guerra, ma prolungarla.
L’articolo del Financial Times e la replica di Vannacci
Sul fronte mediatico, intanto, il Financial Times è entrato a gamba tesa definendo Roberto Vannacci “cavallo di Troia della Russia”. Una narrazione che riflette il nervosismo dei circoli politico-finanziari britannici, preoccupati dall’avanzata delle destre sovraniste in Europa e dal rischio che possano frenare il flusso di armi e fondi verso Kiev. La risposta ironica del generale – “Da domani Imodium per tutti” – è una stilettata che rivela quanto il dibattito europeo sia ormai intriso di caricature e sospetti reciproci.
Von der Leyen e Rutte con l’elmetto
A Bruxelles si è consumata la scena più inquietante. Von der Leyen e Rutte si sono espressi come se l’Europa fosse già entrata in una fase irreversibile di confronto diretto con la Russia. “Nuova normalità”, “rispondere più rapidamente”, “proteggere le infrastrutture come obiettivi in prima linea”, “aumentare la pressione”, “non fermarsi finché la Russia non smetterà di uccidere”. Termini e frasi che ignorano la storia, che sembrano dimenticare cosa accadde il 2 e 3 settembre 1939, quando il Vecchio Continente imboccò la strada della catastrofe convinto di poterla controllare. Oggi, la leggerezza con cui si evoca la necessità di “fare di più” è un segnale politico che dovrebbe far tremare i polsi.
Le minacce pericolose di Zelensky
Poi c’è Volodymyr Zelensky, che continua a muoversi come un autentico piromane. L’ultimo avvertimento alle compagnie aeree – “lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro” – è un messaggio che non contribuisce alla stabilità, ma che rischia di aprire un fronte ulteriore, trasformando i cieli russi in un terreno di scontro.
L’Europa appare guidata da un fronte bellicista che non ammette deviazioni. E l’Italia, con le sue contraddizioni interne, rischia di diventare un ingranaggio passivo di una macchina che corre verso l’escalation senza chiedersi dove stia andando.