Ranucci distrutto dal “metodo Report” Parabola di un moralista
Se Report è un metodo, allora il metodo impone che Ranucci si fermi. Per decenza, o per il bene del servizio pubblico
Il fango, si sa, è una materia democratica che non guarda in faccia nessuno: ma c’è un’ironia quasi letteraria, un sapore di nemesi biblica, nel vedere Sigfrido Ranucci — l’uomo che ha fatto della “trasparenza coatta” e dello scandalismo fotografico la propria cifra narrativa — finire stritolato dagli stessi ingranaggi che ha oliato per decenni.
Il “metodo Report” presenta il conto
E il destinatario stavolta non è un politico di periferia, ma il conduttore stesso, vittima di quella “raffinata astuzia” che la Gip di Roma, Iole Moricca, attribuisce a Valter Lavitola.
L’ordinanza di 198 pagine che ha portato all’arresto di Lavitola come mandante dell’attentato dinamitardo del 2025 non è solo un atto giudiziario, è il necrologio di un’illusione.
La giudice scrive nero su bianco che Ranucci è stato “vittima della manipolazione”. Non un complice, certo, ma un soggetto incredibilmente manipolabile.
Lavitola, descritto come un “adulatore e grande estimatore”, avrebbe alimentato nel giornalista un legame profondo, sfruttando la sua vanità fino a convincerlo che ogni attacco non fosse un pericolo, ma un’occasione di crescita politica.
Un moralista sedotto
È qui che il racconto si fa cupo: l’inquisitore che dovrebbe svelare le trame del potere viene descritto mentre si lascia “sedurre” da un chiacchieratissimo kingmaker che gli sussurra profezie da premier.
Le chat trascritte sono un catalogo di velleità imbarazzanti. Lavitola “solleticava” Ranucci: “Tra due anni fai il presidente”.
Ranucci non respingeva l’adulazione, rispondeva divertito con emoticon a chi gli diceva che le presentazioni dei suoi libri sembravano test di campagna elettorale americana.
Addirittura, il conduttore si mostrava sensibile e disponibile a “rimodulare” le domande di un sondaggio che il faccendiere voleva commissionare per pesare il consenso del giornalista.
Le mail interne Rai
Il particolare che più stride con l’immagine del giornalista d’assalto è la gestione dei documenti interni. Mail aziendali delicate, inviate da dirigenti Rai come Paolo Corsini, venivano girate a Lavitola, creando un asse di confidenza inaccettabile per chiunque si occupi di vigilare sul potere.
Ma il fondo viene toccato quando Ranucci, in un momento di difficoltà, chiede a Lavitola di “prestargli” Gomes Clesio Tavares. “Mi dovresti prestare Gomes”, diceva il conduttore, riferendosi al factotum di Lavitola ora latitante in Africa, che la Gip identifica come il braccio operativo dell’attentato.
Un giornalista del servizio pubblico che chiede il “prestito” di un soggetto di cui oggi si accerta la spiccata “spregiudicatezza criminale” per usarlo contro i propri avversari è una scena che nessun autore di Report avrebbe osato immaginare.
La richiesta di un passo indietro
Così, mentre Matteo Salvini entra a gamba tesa chiedendo alla Rai che Ranucci “si prenda una pausa” perché “il denaro pubblico non deve finanziare qualcuno coinvolto in questa vicenda oscura”, il conduttore reagisce con lo spartito consueto.
Strilla sui social all’allarme sospensione, cercando di trasformare una vicenda di imbarazzante fragilità personale in un attacco alla libertà di stampa.
Ma la corazza stavolta è crepata.
Al Corriere della Sera, Ranucci confessa un’umanità che spiazza: “Mi fa impazzire il dolore dei miei figli”.
Una frase che solleva una domanda inevitabile: quante volte, nelle sue inchieste basate su chat private e rapporti torbidi, Ranucci ha pensato al dolore dei figli delle sue vittime?
Cosa farà la Rai?
E Stefano Feltri ha centrato il punto scrivendo di come Lavitola sapesse “solleticare la vanità” di Ranucci. Un conduttore che si credeva invulnerabile.
In Rai, si sa, il coraggio non è la virtù principale. Per decenni “Mamma Rai” non ha mai mollato nessuno dei suoi conduttori coinvolti in indagini o scandali. Ma il problema è di credibilità.
Basterà l’audit cui la Procura dà il via libera?
Può un giornalista manipolato da un faccendiere e sensibile alle lusinghe di chi gli promette Palazzo Chigi, continuare a fare le pulci al mondo intero?
Se Report è un metodo, allora il metodo impone che Ranucci si fermi. Per decenza, o semplicemente per evitare che l’ultima puntata del programma sia quella in cui lo specchio, finalmente, si rompe.
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