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Politica

Il ricatto del 2% e il fantasma di Vannacci: la fiera delle vanità di Matteo Renzi

Il bluff politico di Matteo Renzi: tra il fantasma di Vannacci a Palazzo Chigi e il ricatto del 2% per costringere il centrosinistra ad aprirgli le porte

di Anna Tortora -

Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, nel corso della festa dell'estate di Casa Riformista a Roma, 16 luglio 2026. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI


Nessuno come il leader di Italia Viva possiede la dote acrobatica di trasformare un pasticcio parlamentare in una sceneggiatura da tregenda russa. Con la Camera ancora calda per le scosse della legge elettorale — una stretta sui partiti minori nata per blindare i soliti noti — va in scena l’ennesimo capitolo della fiera delle vanità centriste. Il fulcro rimane rigorosamente lui, Matteo Renzi, impegnato nella faticosa recita del traghettatore indispensabile.

Dalle colonne di Repubblica, l’ex Premier ha lanciato il suo personale dogma agostano: “Porte aperte a tutti, altrimenti rischiamo Vannacci a Palazzo Chigi”. Una bizzarra profezia, la sua, dettata dal cinismo di un calcolo di sopravvivenza che con l’analisi geopolitica e istituzionale non ha nulla a spartire. Perché a guardare le carte del diritto e del buonsenso, l’argomentazione si sgretola al primo soffio di vento: non sta scritto da nessuna parte che l’ex generale sia destinato a Palazzo Chigi, così come non è affatto detto che Giorgia Meloni traslocherà armi e bagagli alla Presidenza della Repubblica. Si tratta del classico spauracchio sollevato per creare un’emergenza democratica dal nulla.

Lo scenario fantascientifico

Numeri alla mano, del resto, lo scenario rasenta il fantascientifico. I più recenti sondaggi delle principali case demoscopiche — da SWG a Ipsos — fotografano la neonata creatura politica dell’ex generale, Futuro Nazionale, in una forchetta che oscilla faticosamente tra il 3,5% e il 6,3%. Cifre che le permettono sì di insidiare o superare una Lega in evidente affanno, ma che rimangono distanti dai requisiti minimi per rivendicare la guida di un esecutivo.

Immaginare Vannacci Premier sulla base di questi dati reali significa confondere un modesto travaso di voti nell’alveo della Destra radicale con una marcia trionfale su Roma.
L’obiettivo profondo di Renzi, insomma, non è salvare le istituzioni da un’improbabile spallata estremista, ma cucirsi addosso il ruolo di federatore obbligato del campo largo, sfruttando le maglie di una soglia di sbarramento che rischia di cancellarlo dal Parlamento con il suo reale 2,5%. Tradotto dal politichese: o mi imbarcate, o sarete responsabili del disastro.

Su questo palcoscenico di paure e necessità si inserisce, immancabile, la replica di Carlo Calenda. Il leader di Azione liquida la svolta generosa dell’antico alleato con una sciabolata delle sue: “Ti genufletti al campo Lavrov”. Il riferimento alle note ambiguità filo-russe del blocco M5S-Conte diventa l’arma perfetta per colpire Renzi, accusato senza troppi giri di parole di cercare disperatamente un taxi elettorale a sinistra pur di non sparire nel nulla.

Ma la realtà, per sfortuna dei maghi del palcoscenico, ha la testa dura. Mentre i due ex gemelli del Terzo Polo continuano a punzecchiarsi a colpi di dichiarazioni, i sondaggi reali riducono le loro ambizioni a una logorante guerra tra prefissi telefonici. Renzi, consapevole di non avere le gambe per superare lo sbarramento in solitaria, tenta la carta della stampella obbligatoria imponendo agli alleati il terrore di una sconfitta comune fondata su scenari puramente ipotetici.

La tela di sabbia autunnale

Resta da vedere se il Nazareno deciderà di farsi ipnotizzare da questo eterno gioco di sponda o se sceglierà finalmente di guardare oltre i bluff di stagione. Settembre incombe, e il sospetto che rimane è quasi una certezza: i primi a sorridere della favola del generale Premier sono proprio gli stessi che l’hanno scritta sulla sabbia.

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