L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Educazione alla diseducazione

Come educare alla legalità al tempo dei furbetti che la fanno franca?

di Giovanni Vasso -


Responsabilità perduta. L’educazione alla legalità è una cosa serissima. Se ne parla da tempo, fin troppo. Sono decine, anzi centinaia, i progetti che ogni scuola, ogni Comune, ogni associazione propone. Ogni giorno, ogni settimana. A fronte di uno sforzo simile, però, la cronaca ci restituisce, ogni giorno ogni settimana, il quadro di un Paese che sembra destinato al caos. Bande di maranza che spadroneggiano in lungo e in largo. Ragazzine che possono desiderare di diventare chiunque esse vogliano essere e che, invece, preferiscono aprirsi un profilo Onlyfans. Ragazzi che si rinchiudono a sballarsi di social. C’è arrivata pure la Commissione Europea: danno dipendenza, sono studiati e “disegnati” apposta. E ora Mark Zuckerberg rischia una multona da più di dieci miliardi e mezzo di euro, ma questa è un’altra storia.

Responsabilità, dove sei?

Intendiamoci, i giovani non sono mica tutti così. E, anzi, sono tantissime le storie di ragazzi che si dedicano allo studio, allo sport. E al volontariato. Il problema è che, purtroppo, non fanno rumore. Il bene, si sa, agisce per via silenziosa. Eppure, di spazio per emergere e contagiare, ne ha bisogno. Eccome. Purtroppo è (pure) una questione di algoritmo. Lucignolo è divertente, il Grillo Parlante è noioso. Bisogna che i nostri giovani abbiano, poi, la forza di affrontare le conseguenze. Ed ecco il secondo grande tema. Se mancano i buoni esempi, difetta pure un sistema di punizioni tale da innescare l’inizio di un percorso di maturazione. Insomma, si diventa asinelli ma adesso, esserlo, è diventato addirittura un merito.

Non è una guerra tra generazioni

Distribuire colpe è esercizio che lascia il tempo che trova. Si rischia di sfociare nella retorica fine a se stessa. È da quando è uscita dalle caverne che l’umanità si ritrova a biasimare i giovani e a rimpiangere i bei tempi che furono. La questione è strutturale. Siamo davvero in un’epoca di Basso impero se l’arroganza, il bullismo e la presunzione vengono spacciati per ascensori sociali. Se studiare porta a nulla mentre taglieggiare i compagni più deboli, o i passanti, per poi postare tutto online porta followers, clic e fama. Ecco, dunque, che in un mondo così finisce per perdere di senso ogni tentativo di educazione alla legalità e i richiami allo studiare materie civiche a scuola finiscono per stemperarsi nel rumore di fondo del dibattito di una politica che dà l’impressione di inseguire i social anziché governarli. Responsabilità, anche qui.

L’importanza di dare l’esempio

Ma questo mondo l’abbiamo costruito noi. Gli adulti. E lo rinforziamo ogni giorno. Quando, per esempio, “rubiamo” il parcheggio al disabile. Oppure quando reagiamo in maniera sguaiata al minimo intoppo. Oppure, proprio noi, quando dedichiamo più tempo a compulsare i social che a dare l’esempio a chi amiamo. Un mondo che abbiamo costruito noi. Unendo la piccola furbizia quotidiana a un ego smisurato, pompato a dismisura dalla dopamina digitale di cui abbiamo sempre più bisogno. È il segno dei tempi, per carità. Abbiamo “saldato” insieme il “lei non sa chi sono io” (e meglio sarebbe dire “lei non sa chi mi credo di essere io”) al “tengo famiglia”.

I marchesini del Grillo (sparlante)

È la società signorile di massa, di cui ha diffusamente parlato il sociologo Luca Ricolfi, e lo Scapino astuto e scaltro (o, almeno, che tale si ritiene). Insieme ne esce un cocktail micidiale. Ma nulla di inedito: stiamo, tutti, diventando come lo Scudiero, inutilmente borioso e inevitabilmente furbetto, in cui s’imbatte il giovane Lazarillo de Tormes nella Spagna del Siglo de Oro. O, se preferite, come tanti piccoli e insopportabili Marchesi del Grillo che poi, gratta gratta, non son altro che poveri carbonari, come Gasperino. Certo, il destino non esiste. Non è segnato. Il guaio vero sarebbe quello di rassegnarsi. E di rinunciare pure alla traccia di un’educazione alla legalità. A quel punto sarebbe il caso di mandare i ragazzi direttamente a lezione da lui, dal marchese Ottavio.

Responsabilità è centrale: ecco perché

Ci sono un paio di temi che vanno ripresi, dunque. Buoni esempi, che siano davvero tali e non esercizi di retorica utili solo a farci reel sui social. Un sistema di punizioni che sia davvero tale, capace di innescare un percorso di riscatto. Due affluenti dello stesso fiume. Se preferite, il tema dei temi: quello della responsabilità. Chi sbaglia paga. E davvero. Altrimenti accadrà ancora, e ancora, di sentire che un tizio, dopo essere stato arrestato per aver accoltellato un uomo “scelto” a caso, dica ai poliziotti: “Quando esco lo faccio ancora”. Succederà, di nuovo, che qualcuno perda la trebisonda e sfregi una ragazzina la cui unica colpa era stata quella di incrociare lo sguardo del suo aguzzino in metropolitana. Cose, queste, che sono accadute a Milano, città che s’ostina a portare il titolo di “capitale morale” del Paese. Cose, però, che si verificano con una frequenza sempre maggiore, un po’ ovunque in giro per l’Italia. Ragazzi che fanno scemenze, si postano in rete, fanno il pieno di clic e capitalizzano inventandosi dal nulla carriere da podcaster o, peggio ancora, da “cantanti”. Dando ai loro coetanei il senso di un sistema che non sa né può reagire. In cui tutti possono far tutto. Come se la legge non esistesse. C’è bisogno, mai come adesso, che chiunque sappia di andare incontro a serie conseguenze di fronte ai reati. Non si difendono le donne, per dire, a chiacchiere. Ma, per esempio, passando dalle parole ai fatti e provando insieme a introdurre, nel rispetto delle convenzioni e dei diritti di tutti (soprattutto delle vittime), la castrazione chimica per chi violenta. 

Nemmeno Trump la passa liscia

In fondo, una punizione c’è sempre. Eccome. Nemmeno l’uomo più potente del mondo, Donald Trump, può impunemente fare ciò che più gli garba. Ai mondiali ci ha provato, con un atto di arroganza finora inedito nella pur tumultuosa storia calcistica: ha imposto alla Fifa di “cancellare” la squalifica di un calciatore della nazionale Usa. Che, poi, è stata presa a pallate dal Belgio di Lukaku, De Bruyne e di Rudi Garcia. Forse è da qui che bisogna ripartire. O, meglio, sarebbe da ripartire dal silenzio. Dai buoni esempi che non fanno rumore ma che resistono in mezzo alle rovine di un mondo che, in fondo, è sempre stato una gabbia di matti.


Torna alle notizie in home