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Il Dipartimento di Giustizia statunitense (DOJ) e la campagna di denaturalizzazione: mentire non è mai una buona idea

Sono stati annunciati vari casi di revoca della cittadinanza a carico di immigrati provenienti da tutto il mondo

di Cinzia Rolli -


Il dipartimento di Giustizia ha avviato una vasta procedura per la revoca della cittadinanza agli immigrati naturalizzati che avrebbero ottenuto il loro status tramite frode o nascondendo il loro passato criminale.

Tra questi un prete cattolico colombiano accusato di aver compiuto abusi su minori, persone legate ad al Qaeda e al-Shabab ed un trafficante d’armi.

Per revocare la cittadinanza il governo deve dimostrare che la persona ha occultato le proprie attività criminali o la propria identità.

Il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha anticipato l’iniziativa in un’intervista alla CBS: “Se avete intenzione di venire in questo Paese e diventare cittadini, ma lo fate con l’inganno o illegalmente, vi dovete preoccupare”.

Secondo i dati raccolti dalla professoressa Irina Manta dell’Università Hofstra, le richieste di revoca della cittadinanza sono aumentate vertiginosamente, raggiungendo una media di 42 all’anno, durante la prima amministrazione Trump per poi diminuire a 16 nel corso del governo Biden.

“Questo Dipartimento di Giustizia continua a presentare azioni di denaturalizzazione a velocità record per ripristinare l’integrità del nostro processo di naturalizzazione”, ha dichiarato l’Assistente Procuratore Generale Brett A. Shumate della Divisione Civile del Dipartimento di Giustizia. “Le inquietanti storie criminali confermano che questi individui non avrebbero mai dovuto ricevere il privilegio della cittadinanza statunitense.  Rimaniamo impegnati a sfruttare ogni strumento che la legge ci fornisce per perseguire coloro che ottengono illegalmente la cittadinanza statunitense.”

I casi annunciati sono vari e tutti da verificare.

Dalla spia cubana al jihadista somalo: i casi di denaturalizzazione

Un colombiano avrebbe lavorato come spia per i servizi segreti cubani già dal 1973, anche dopo aver ottenuto la cittadinanza statunitense nel 1978. Ha quindi ricoperto negli anni il ruolo di direttore degli affari interamericani presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale, occupandosi di Cuba, e successivamente quello di ambasciatore statunitense in Bolivia. L’uomo sta scontando attualmente una condanna a 15 anni e non si prevede che venga rilasciato prima di un altro decennio.

Un marocchino di 48 anni, che ha ottenuto la cittadinanza statunitense nel 2006 prestando il consueto giuramento di fedeltà alla Costituzione, avrebbe collaborato già all’epoca con al-Qaeda e partecipato ad un complotto per bombardare la Borsa di New York.

Un uomo, divenuto cittadino americano, ha prestato servizio nel 1994 come agente della polizia militare nell’esercito gambiano e avrebbe partecipato attivamente all’esecuzione extragiudiziale di sei soldati.

Un altro caso riguarda una persona di 48 anni originaria dell’Iraq e residente a Phoenix (Arizona). Secondo le autorità sarebbe stato un leader dell’organizzazione terroristica al-Qaeda. In tale veste, nel 2006, avrebbe pianificato e partecipato all’omicidio di due agenti di polizia iracheni. Entrato poi negli Stati Uniti nel 2009, ha ottenuto lo status di rifugiato prima e la cittadinanza per naturalizzazione nel 2015.

Un somalo di 43 anni con la cittadinanza statunitense dal 2007, pochi mesi dopo il giuramento, avrebbe iniziato ad operare attivamente per al-Shabaab.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha avviato inoltre una causa civile per revocare la cittadinanza statunitense ad un uomo a causa del suo presunto coinvolgimento in una rete di traffico illegale di armi da fuoco verso il Sud America.

È stata inoltre intrapresa una causa di annullamento della cittadinanza nei confronti di un imprenditore di origini indiane per una possibile frode milionaria ai danni di investitori e false dichiarazioni fornite alle autorità.

Tali accuse dovranno ovviamente essere accertate ma per il governo sono gravi e sconcertanti.

Cos’è la denaturalizzazione: come funziona la revoca della cittadinanza USA

La denaturalizzazione è il processo legale con il quale il governo federale revoca la cittadinanza statunitense ad un individuo straniero che l’ha ottenuta tramite naturalizzazione.

Il servizio Immigrazione e Naturalizzazione INS può revocare la naturalizzazione se scopre che la persona: non era originariamente qualificata per la cittadinanza; ha ottenuto la concessione della stessa tramite occultamento di notizie o una dichiarazione falsa volontaria. È stato congedato con disonore dal servizio militare che ha dato origine alla naturalizzazione; non risponde onestamente e pienamente nel processo di richiesta di acquisizione della cittadinanza; rifiuta di testimoniare davanti a una commissione congressuale entro 10 anni dalla naturalizzazione. E se entro 5 anni dalla concessione della cittadinanza si affilia ad un’organizzazione alla quale non avrebbe potuto iscriversi.

La revoca può avvenire inoltre quando la cittadinanza deriva dalla naturalizzazione di un genitore o coniuge al quale viene successivamente tolta per occultamento o dichiarazione falsa volontaria, oppure se la persona risiede fuori dagli Stati Uniti al momento dell’annullamento nei confronti del genitore o del coniuge.

Anche se viene rilasciata una dichiarazione errata nella domanda di naturalizzazione, di per sé non rilevante, l’INS spesso sostiene con successo che il gesto riflette una mancanza di buona moralità, giustificando così la denaturalizzazione.

L’organismo per la revoca può anche indurre il Procuratore degli Stati Uniti a presentare accuse penali per le dichiarazioni false.

Mentire in una domanda di naturalizzazione è quindi una cattiva idea, e chi decide di farlo anche se inizialmente può ottenere la cittadinanza prima o poi sarà soggetto a controlli e dovrà difendersi nelle sedi competenti.

Dal 1994, anche i cittadini naturalizzati da poco tempo possono risiedere permanentemente fuori dagli Stati Uniti senza essere soggetti a denaturalizzazione solo per il fatto di risiedere all’estero.


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