Il suicidio assistito dei cattodem
C’era una volta la Democrazia Cristiana, un partito laico per volontà di Alcide De Gasperi, capace di governare il Paese mentre passavano le leggi su divorzio e aborto. La DC dialogava con le gerarchie ecclesiastiche, certo, poi si confrontava con la realtà sociale corrente, ma senza mai cedere alle sirene del radicalismo di massa. Soprattutto, era l’artefice della mediazione.
Oggi, a guardare il Partito Democratico di Elly Schlein, lo spaesamento della sua ala cattolica e riformista è totale.
La segretaria ha blindato il programma, ora obbligatoria di diversità a scuola, matrimonio egualitario e adozioni. Un prendere o lasciare identitario che cancella ogni sfumatura, trasformando il progressismo in un massimalismo senza mediazioni. Al convegno LGBTQIA+ le parole d’ordine sono dogmi insindacabili, mentre i dirigenti dem continuano ad atteggiarsi a unici depositari della scienza di governare. In realtà, della vecchia Balena Bianca non conservano la complessità culturale, ma solo il riflesso condizionato del Manuale Cencelli per la spartizione delle poltrone.
In questo scenario, per le minoranze interne l’unica speranza di sopravvivenza è che non cambi nulla. Se l’orizzonte della riforma della legge elettorale dovesse blindare la governabilità con logiche maggioritarie bipolari, per il pluralismo dem sarebbe la fine. L’all-in che dà il premio di governabilità, farebbe saltare tutti gli equilibri anche interni ai partiti.
Ecco perché, paradossalmente, l’ingovernabilità che ad oggi può regalare l’attuale legge elettorale diventa la vera polizza sulla vita dei riformisti e dei cattolici. Senza una maggioranza autosufficiente, qualsiasi futuro esecutivo dovrà passare per il centro, aprendo la strada a larghe intese, sulle quali i massimalisti pagano pegno mentre i centristi hanno più spazio di manovra. Questo darebbe anche l’occasione di bollire la Schlein a fuoco molto lento.
In questa palude strategica, Matteo Renzi trova alleati insospettabili proprio tra le mura del Nazareno, in tutti gli sconfitti del congresso che tifano segretamente per lo stallo.
Un congresso anomalo, va ricordato, dove gli iscritti scelsero Bonaccini, ma il voto dei non iscritti impose la segretaria. Il PD si conferma l’unico partito al mondo capace di perdere le elezioni e, contemporaneamente, il proprio stesso congresso.
Se della DC non si sanno più difendere i valori, alla classe dirigente storica non resta che imitarne le manovre di palazzo. Meglio un pareggio e un sano inciucio che l’estinzione sotto le bandiere del radicalismo massimalista ideologico.
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