Rifiuti tossici per eccellenze green: lo scandalo che ci avvelena
L'indagine dei carabinieri a Trento: il sistema tra Italia. Germania e Austria, una frode a danno della nostra salute
Altro che Terra dei Fuochi: vendevano rifiuti tossici spacciandoli nientemeno che per prodotti green. Sì, avete capito benissimo. Il guaio, ulteriore, è che queste sostanze (tossiche) finivano dentro il nostro corpo. E no, non è un modo di dire. Anzi. A scoperchiare lo scandalo, l’ennesimo, è stata un’indagine dei carabinieri. Traffico di rifiuti e frode in commercio. Proprio là dove, in teoria, non te la aspetteresti: in Alto Adige. Il traffico smascherato dai militari del Nucleo operativo Ecologico di Trento, coordinati dai magistrati della Dda di Trento, si estendeva tra l’Italia, l’Austria, la Germania e la Croazia. Una rete paneuropea, transnazionale, che forniva al mercato fertilizzanti, additivi e addirittura bricchette per il barbecue. Spacciate come “ecologiche”, anzi sostenibili. In realtà erano rifiuti derivanti da produzioni industriali, sostanze ritenute contaminate da un alto tasso di elementi inquinanti. Insomma, rifiuti tossici. Che finivano nelle verdure coltivate nel proprio orticello, nella carne della grigliata fatta in casa con amici e parenti. Chi comprava questi prodotti aveva l’illusione di acquistare prodotti sostenibili, green, compatibili con le più stringenti necessità dell’ambiente e inseriti in un’economia perfettamente circolare. Forse anche troppo.
Rifiuti tossici spacciati come eccellenze green
Le risultanze dell’inchiesta, durata ben quattro anni e iniziata nel 2022, hanno convinto il giudice per le indagini preliminari di Trento a emettere un’ordinanza cautelare che ha portato a ben dodici arresti. In tutto, gli indagati sono diciannove. Ci sono cinque altoatesini, poi tutti stranieri: austriaci, tedeschi, croati. In mezzo son finite pure tre società. L’operazione, di cui si sono occupati tutti i giornali nei giorni scorsi, ha visto impegnati ben cento militari. Ora la giustizia farà il suo corso. Il garantismo, intendiamoci, è un valore a cui nessuno intende minimamente derogare. E proprio per questo è necessario andare fino in fondo per comprendere bene il meccanismo e le (presunte) reti di fornitura della filiera nera (peggio del carbone) venuta a galla dall’inchiesta trentina. Ne va della salute pubblica. Le ceneri rifilate ai consumatori come eccellenze green provenivano da impianti di teleriscaldamento. Per la precisione, quelli di Lasa (che ora è finito sotto amministrazione controllata) e quello a Versciaco (non più attivo). Quelle che finivano sul mercato, negli store che chiunque frequenta tutti i giorni, erano ceneri da piro-gassificazione. Detta più chiara: un concentrato (potenziale) di diossine e sostanze addirittura cancerogene che finivano sulle tavole, anzi nel piatto, di ognuno di noi.
Tutti gli affari del gruppo
Per di più con il paradosso, inaccettabile, di imporle al mercato come eccellenze green. Il loro uso, anzi “riuso”, non si limitava di certo alla carbonella. No, perché oltre a farne fertilizzanti e additivi, quelle ceneri venivano usate pure come materie prime nell’edilizia. Anzi, nella bioedilizia. E infine, poiché il sistema era rodatissimo e chiaramente ambiva a monetizzare quanto più possibile, c’è tutta la questione delle quote di Co2 immesse (e rivendute a carissimo prezzo) sul mercato nazionale ed europeo.
Il terremoto istituzionale
Nei guai, oltre alle imprese, son finiti pure politici e rappresentanti delle istituzioni. Un vero e proprio terremoto giudiziario. Tra sindaci e dirigenti delle agenzie ambientali locali. Una ferita aperta. Che colpisce la credibilità di un sistema intero. Secondo quanto sarebbe emerso dall’indagine, infatti, i funzionari pubblici incaricati dei controlli sugli impianti avrebbero contribuito addirittura a legittimare il traffico di rifiuti. Come? Semplice: interpelli di favore, sanzioni ritardate, suggerimenti “amministrativi” per dribblare i divieti. In alcuni casi sarebbero state registrate delle vere e proprie interferenze nelle attività di ispezione che pur venivano condotte sugli impianti. Un disastro. Il solito copione. Che, detto sottovoce, non si può nemmeno dire all’italiana dal momento che tra tedeschi, austriaci e croati indagati di italiani indagati ce ne son pochi.
Come sempre accade: le colpe di qualcuno finiscono per pesare su tutti, soprattutto sugli operatori onesti. Ne va pure della sostenibilità, in senso economico del termine. Non a caso, tra le parti offese, ci sono pure alcune aziende che si rifornivano dalle società finite al centro dell’indagine.
E la “sostenibilità” perde credibilità
L’ulteriore guaio è che quest’indagine arriva in un momento in cui i claim “green” non convincono più i consumatori. Secondo il Sustainability Study 2026 redatto da Ffind, un’agenzia indipendente specializzata nella raccolta di dati quantitativi e qualitativi su scala globale, il 77% dei cittadini italiani non credono più ai messaggi delle imprese legati alla sostenibilità. Pensano sia tutta fuffa, anzi greenwashing. Un modo, ambientalista in questo caso, per rendersi più appetibili sul mercato. Chi davvero crede, e ci tiene, a certe etichette pretende chiarezza altrimenti, come si evince dallo stesso studio, scattano i boicottaggi. O, nel migliore dei casi, l’azienda perde il cliente. Per sempre. L’Europa, con la sua solita lentezza, sta provando a rendere più stringente le normative sui green claims. Se tutto va bene (e quando c’è Bruxelles di mezzo bisogna star sempre molto attenti), si partirà da settembre con le strette. Chissà se basterà. Le normative sembrano concentrarsi più sugli aspetti grafici che su campagne di controlli mirate e serrate. E, soprattutto, serie, integerrime e inattaccabili. Perché non accada più che rifiuti tossici vengano spacciati come eccellenze, per di più green.
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