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Esteri

Ispezioni fantasma: l’Iran sconfessa Trump e accusa l’Europa di irrilevanza

La tensione in Libano resta decisamente alta

di Ernesto Ferrante -


C’è un giallo che attraversa il cuore dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, quello sulle ispezioni ai siti nucleari. Donald Trump, con il suo consueto tono trionfalistico, ha annunciato su Truth che Teheran avrebbe accettato “pienamente e completamente” controlli dell’Aieaal massimo livello” e “per un periodo infinito”, presentandoli come la prova definitiva della “vittoria americana” e della trasparenza iraniana. Una narrazione che serve a consolidare l’immagine di un Iran piegato, costretto a concessioni epocali in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz e di un parziale allentamento delle sanzioni, rigorosamente incanalate in un conto controllato da Washington.

La replica dell’Iran

Ma dalla Repubblica islamica è arrivata una smentita secca, quasi umiliante per la Casa Bianca. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha chiarito che il suo Paese non permetterà agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di visitare i siti bombardati durante la guerra. Una posizione che contraddice frontalmente le parole del vicepresidente americano JD Vance e che riporta il dossier nucleare in una zona d’ombra, dove propaganda e realtà si sovrappongono senza coincidere. Il contrasto è netto. Per gli Usa l’accordo è fatto, per l’Iran non se ne parla.

Teheran bacchetta l’Ue e avverte i vicini

Baghaei non si è limitato a smentire gli Stati Uniti. Ha anche lanciato un attacco articolato e durissimo all’Europa, accusata di essersi comportata in modo “irresponsabile durante le due guerre condotte da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica. Secondo il portavoce, le potenze europee hanno adottato posizioni “inappropriate”, si sono auto-emarginate e hanno perso credibilità internazionale. Le sue parole fotografano la marginalità europea nel nuovo equilibrio mediorientale, in cui gli attori locali e le grandi potenze giocano partite sempre più autonome.

Teheran ha alzato il livello anche sul fronte regionale, sostenendo di avere “prove conclusive” del coinvolgimento di alcuni Paesi mediorientali nell’aggressione israelo-americana. Esmaeil Baghaei ha paventato possibili “conseguenze legali”, segnalando che la Repubblica islamica intende trasformare il conflitto in un dossier multilivello, capace di mettere sotto pressione non solo Washington e Tel Aviv, ma anche i loro alleati arabi.

Lo Stretto di Hormuz

Alla luce di questa strategia, assume un peso particolare il comunicato congiunto tra Iran e Oman sulla futura amministrazione dello Stretto di Hormuz. I due Paesi hanno ribadito la propria sovranità sulle acque territoriali e anticipato la nascita di un gruppo di lavoro per definire regole, costi e servizi della navigazione. Lo Stretto, arteria vitale del commercio energetico globale, non sarà più terreno esclusivo di pressioni americane, ma un dossier gestito da Teheran e Muscat secondo criteri propri.

Non c’è pace per il Libano

Intanto, in Libano, la tensione resta altissima. Hezbollah ha denunciato una “palese violazione del cessate il fuoco” da parte di Israele, accusando l’Idf di aver colpito civili impegnati a recuperare corpi dalle macerie nel sud. Il presidente libanese Joseph Aoun ha respinto l’“occupazione israeliana” e, con un riferimento implicito all’Iran, ha rifiutato “ogni tutela straniera”, chiedendo che i colloqui negli Usa portino al pieno ripristino della sovranità libanese.

Dall’altra parte del confine, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha chiuso ogni spiraglio. Niente ritiro dal Paese dei Cedri “finché Hezbollah esisterà”, nessuna discussione su nuovi accordi di sicurezza fino a quando il movimento sciita non sarà “smantellato”. Una posizione che congela qualsiasi ipotesi di de-escalation e conferma che il fronte libanese resta uno dei “nodi” più intricati dell’intera crisi.

L’allarme di Guterres

La guerra in Medio Oriente “ha scatenato la madre di tutti gli shock energetici” e gli effetti della crisi saranno verosimilmente “di lungo periodo”. Lo ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in un post su X in cui ha sottolineato come i primi a pagare le conseguenze del conflitto sono soprattutto sui Paesi in via di sviluppo. Per questi, “non si tratta solo di una crisi energetica, ma di uno shock che coinvolge il debito, l’alimentazione e lo sviluppo”.


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