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Sangue e droga: il ponte Puglia – Albania dei clan

La maxi operazione tra Bari e Tirana. Ecco come le mafie contribuiscono allo sviluppo "opaco" del Paese oltre l'Adriatico

di Angelo Vitale -


Il “ponte” tra Puglia e Albania è un asse criminale che si snoda attraverso l’Adriatico. Da Bari a Tirana, non più soltanto una rotta per il transito di stupefacenti ma un rapporto consolidato, alimentato dai proventi dei clan italiani e albanesi che operano al Sud, nell’economia “gonfiata” della nazione dei Balcani.

I traffici tra Bari e Tirana

Oggi, quella lingua di mare è la spina dorsale di uno dei sistemi di riciclaggio e narcotraffico più sofisticati d’Europa. L’operazione antimafia condotta all’alba di ieri, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo pugliese e dalla Procura Spak di Tirana sotto l’egida di Eurojust, ha segnato un punto di svolta.

Non si è trattato solo di fare luce su un efferato delitto, ma di squarciare il velo su un fenomeno sistemico, radicato da anni, che vede i flussi di denaro illecito dei clan fluire dalla Puglia verso l’economia albanese, alterandone profondamente la trasparenza.

La cooperazione giudiziaria europea

Ancora una volta, in azione la magistratura antimafia italiana d’intesa con la Procura speciale dal 2019 in Albania dedicata esclusivamente alla lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata. Per coniugare in un’unica attività gli alert raccolti dall’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale che ha sede nei Paesi Bassi.

Il punto di partenza, il sangue versato nelle campagne del nord barese. I 14 provvedimenti cautelari di ieri chiudono il cerchio sulla tragica fine di Francesco Diviesti, parrucchiere ventiseienne di Barletta scomparso la notte del 25 aprile dell’anno scorso. Diviesti, un giovane che lavorava nel salone paterno e che la madre descrive come un ragazzo normale e premuroso, rimasto vittima di una spietata esecuzione mafiosa.

Un delitto di mafia

Attirato in una trappola dopo una rissa nel quartiere Settefrati di Barletta, il giovane fu freddato con diversi colpi d’arma da fuoco. Il suo corpo, poi trasportato in un rudere isolato tra Canosa e Minervino Murge e dato alle fiamme per cancellare ogni traccia, in una macabra riproposizione della tecnica della “lupara bianca”.

Il ritrovamento del cadavere semicarbonizzato ha richiesto mesi di analisi del Dna e accertamenti balistici per giungere a una verità processuale che oggi vede indagati cinque soggetti della criminalità locale, tra cui Nicola e Saverio Dibenedetto, Antonio Lanotte, Francesco Sassi e l’albanese Igli Kamberi.

Come sottolineato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, l’omicidio Diviesti non è stato un episodio isolato, ma il risultato di un conflitto maturato all’interno delle dinamiche delle mafie radicate in Puglia. Per la prima volta, contestato formalmente il metodo mafioso a un’organizzazione albanese operante direttamente sul territorio italiano.

Sull’Adriatico il “ponte” dei clan

Questo delitto rappresenta la brutale “cinghia di trasmissione” tra la violenza territoriale per il controllo dello spaccio e le sofisticate geometrie finanziarie necessarie a ripulire il denaro sporco. Lo squarcio rivela un panorama vasto, già inizialmente mappato dalla monumentale Operazione Ura del maggio 2025. Quell’indagine, con 52 arresti e sequestri milionari, ha svelato come la criminalità organizzata avesse industrializzato il riciclaggio.

Il fulcro del sistema, rappresentato dai “cash mules”: insospettabili autisti di autobus di linea internazionali che collegavano Bari a Tirana. Sfruttando la quotidianità dei viaggi, questi autisti trasportavano zaini carichi di banconote, occultando centinaia di migliaia di euro per ogni corsa. Le autorità hanno documentato transazioni illegali per oltre 4,5 milioni di euro, denaro che viaggiava fisicamente oltre Adriatico per sfuggire ai controlli bancari.

In Albania lo sviluppo “drogato” dal crimine

Una volta giunto a Tirana, questo fiume di denaro veniva iniettato nei settori trainanti dell’economia albanese. Le inchieste hanno documentato il reinvestimento sistematico nel mercato immobiliare e nel turismo di lusso, trasformando i proventi del narcotraffico in grattacieli e ristoranti d’élite. Tra le società sequestrate spiccano nomi come “Majestic Konstruksion”, ma l’infiltrazione ha toccato persino i media, con il sequestro di emittenti come “Vlora Cable”.

Un afflusso di capitali ha generato quella che Eurojust e la Spak definiscono un’economia “gonfiata”. Un sistema dove la crescita apparente non risponde a reali dinamiche di mercato, ma alla necessità dei clan di ripulire i profitti della droga. L’alert lanciato dalle autorità giudiziarie, da Roberto Rossi a Klodjan Braho, è inequivocabile.

Un “tumore”

La mafia albanese è descritta come una “forza internazionale enorme”, un “tumore” capace di condizionare lo sviluppo di interi settori economici. L’operazione di ieri conferma che il legame tra Puglia e Albania è simbiotico: la ferocia delle esecuzioni serve a garantire la stabilità di un impero economico che si estende oltre confine. La risoluzione dell’omicidio Diviesti è dunque un tassello di una strategia più ampia volta a colpire la mutazione della criminalità transnazionale, spietata nel sangue e raffinata nei bilanci societari.

La cooperazione tra la Dda di Bari e la Spak di Tirana dimostra che solo un fronte unito può contrastare queste holding del crimine, che inquinano il mercato legale di entrambi i Paesi con capitali derivanti dal narcotraffico.


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