L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

Il paese dei fasci tra Don Chisciotte e Fantozzi

di Alessandro Scipioni -


​C’è un cortocircuito surreale nel modo in cui l’Italia contemporanea affronta il proprio passato, un riflesso isterico collettivo che trasforma la politica in una rissa da bar permanente e la storia in un racconto fantascientifico di pessima qualità.

Pisa, allarme rosso alla scuola primaria Collodi

L’ultimo e clamoroso capitolo arriva da Pisa, dove le pareti della scuola primaria Collodi sono state improvvisamente investite da un’ondata di indignazione istituzionale per presunte scritte fasciste e croci uncinate comparse sui muri. Peccato che l’allarme rosso lanciato dai soliti esponenti politici in cerca di visibilità social si sia scontrato con la più banale delle realtà. Una veloce ricerca su internet sulla simbologia, sarebbe stata un’accortezza auspicabile prima di lanciarsi nel vuoto.

Quei simboli erano semplicemente i segni tracciati con lo spray dagli operai edili per indicare le parti dell’edificio interessate dai lavori del cappotto termico. Una cantonata colossale che strappa un sorriso amaro e che fotografa alla perfezione la malandata salute della nostra povera Repubblica; sempre più ostaggio di un’ansia da prestazione ideologica che ha smarrito ogni contatto con il senso della misura.

Camicie nere ovunque, anche nei cantieri

​Chi guarda alla realtà con gli occhi foderati di prosciutto finisce inevitabilmente per vedere camicie nere ovunque, trasformando i cantieri edili in avamposti dell’eugenetismo e riducendo il dibattito a una caccia ai fantasmi. Un’ex amministratrice del PD mi confidò che sperava nella vittoria della Meloni alle politiche, perché con il non arrivo delle camicie nere, la sinistra si sarebbe rigenerata su dei contenuti seri, tornando finalmente ai gloriosi fasti.

È sempre stata una romantica ottimista! Sottovaluta la pervicace stoicità del masochismo ideologico nell’era dei social. L’istrionica schizofrenia degli indottrinati, a tutti i livelli.

Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato, ma del sintomo di una patologia cronica ben descritta nel saggio di Antonio Padellaro, Antifascisti immaginari, che illumina impietosamente come il tema della Resistenza sia stato progressivamente svuotato della sua complessità storica per essere ridotto a un folklore di facciata, a una narrazione di cartapesta buona per le dirette social ma priva di qualsiasi spessore culturale. A forza di ridurre la storia a una barzelletta propagandistica, in Italia non è più possibile parlare seriamente né di fascismo né di antifascismo come oggetti di analisi storiografica. Ogni fenomeno è stato sterilizzato, banalizzato e consegnato a saltimbanchi isterici che non studiano, non leggono, non contestualizzano e preferiscono urlare al lupo al primo muretto imbrattato.

Chi parla di fascismo senza averlo studiato

Ho sempre più l’idea che chi parla di fascismo e di antifascismo, non abbia letto un rigo né dell’uno né dell’altro. Ed è uno dei rari casi, in cui un uomo spera ferventemente di avere torto.

​Il risultato di questa deriva è duplice e desolante. Da un lato ci si ritrova vittime di una fobia di massa che rasenta il patologico, dove l’appartenenza ideologica si misura sulla capacità di indignarsi per qualsiasi inezia, replicando in piccolo quel cortocircuito culturale che in passato ha portato a scambiare una normale marcia d’ordinanza dell’esercito per un inno eversivo.

Se tutto è fascismo, niente lo è più

Dall’altro si produce una pericolosa reazione sociale. Se tutto diventa fascismo, niente lo è più, e la favola di Esopo si avvera puntuale quando, di fronte a un pericolo autentico, nessuno sarà più in grado di riconoscerlo perché il grido d’allarme è stato banalizzato per coprire il nulla.

Quando i rappresentanti istituzionali scambiano un geometra di cantiere per un nostalgico del ventennio pur di raccogliere una manciata di like, il baratro del ridicolo non è più un rischio, ma una prassi che comprime l’autorevolezza delle istituzioni stesse.

Rinunciare allo studio, alla profondità e all’analisi per inseguire il consenso da tastiera significa, per la politica, abdicare al proprio ruolo, consegnando il paese a una banalità strillata associata ad una totale ignoranza della storia.

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