Berlino si arrende: la guerra tra banche e politica la vince Unicredit
Il governo Merz può cedere altre quote a Orcel e in Italia, adesso, monta il caso Mps
Banche e politica. Le indiscrezioni raccolte, e rilanciate, da Bloomberg hanno un sapore quasi epocale che va (ben) oltre l’economia. All’agenzia, infatti, risulta che il governo di Friedrich Merz sarebbe intenzionato a vendere il 12,7% delle quote ancora detenute in Commerzbank a Unicredit. È una resa, totale. Richiama, quasi, ben altri momenti storici vissuti a Berlino. Una bandiera bianca che sventola sulle rovine di ciò che resta della credibilità dell’esecutivo tedesco, eletto per raddrizzare la (ex) locomotiva d’Europa e che, adesso, si ritrova con un deragliamento in corso e senza più neanche la consolazione del patriottismo finanziario.
Banche e politica
Non c’è da indulgere, però, nel revanscismo a senso opposto. L’avanzata, inarrestabile, di Unicredit in terra tedesca non è la rivincita degli Spaghettifressen. No, non c’entra granché il cliché dell’italiano povero ma bello (e furbo) che la tira in saccoccia al ricco e prepotente tedesco. È un affare e, come tale, dovrebbe rimanere fuori dai confini della politica. È, almeno, quello che l’Europa s’è raccontata e che l’Italia ha mandato a memoria, soprattutto quando c’era da far digerire una stagione di privatizzazioni che, lungi dal mantenere anche solo un decimo delle promesse fatte, oggi svela tutti i suoi limiti. Una stagione, quella dell’Iri smembrata e svenduta, a cui partecipò pure il gotha dell’industria germanica coi Krupp che si papparono la Acciai Speciali di Terni. Ma questa è, evidentemente, un’altra storia.
L’armistizio
La vicenda Unicredit-Commerz potrebbe presto concludersi con un armistizio. Toccherà a Orcel capire se accettare, o meno, le condizioni che vengono pudicamente addotte dalle fonti di “alto livello governativo” che hanno regalato lo scoop a Bloomberg. L’importante, riferisce l’agenzia citando Berlino, è che si trovi una strategia condivisa. Insomma, che il management della banca, così fieramente contrario all’Ops da piazza Gae Aulenti a Milano, trovi la quadra con quelli che, a tutti gli effetti, sono i proprietari (pardon, azionisti di maggioranza) dell’istituto di credito francofortese. Ufficialmente, però, nessuno confermerà la linea. E, anzi, la giornata di ieri è stata quella dei “no comment”, sul fronte governativo tedesco.
Merz s’è ingarbugliato ma gli affari sono affari
Ci si è esposti fin troppo, si è accarezzata troppo l’onda, ci si è ingarbugliati nel tentativo di inseguire l’opposizione a tutto campo (tanto, non ha nulla da perdere e niente da gestire) di Alternative fur Deutschland. Per adesso, la linea (pure quella delle fonti) è di attendere e di tentare una composizione tra Orcel e Orlopp. Con il sogno di metterci, infine, il cappello sopra e di concludere un capitolo fin troppo vivace del risiko bancario europeo. Un controsenso, dall’inizio alla fine: prima l’Ue auspica più Unione, poi proprio i tedeschi fanno le barricate. Questo, per l’ennesima volta, non è un dettaglio.
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Banche e politica 2: Siena erge un muro per Mps
La politica, dunque, è intervenuta in Germania e ha perso. Chissà come andrà, invece, a Siena. Dove, da settimane, tutti gli esponenti del governo locale, dalla sindaca Nicoletta Fabio e fino al governatore Eugenio Giani, insistono nel sottolineare che il Monte dei Paschi è di Siena, rappresenta un territorio. E anzi, citando proprio l’ultima prolusione della prima cittadina senese, la banca “non è una somma di filiali” ma rappresenta “una parte dell’identità di questa città da cinquecento e più anni”. Parole dette proprio mentre l’ad Luigi Lovaglio veniva insignito del Premio Mangia, il non plus ultra dei riconoscimenti civici nella città del Palio.
Una banca, un’anima (forse tre)
Poche parole, a Lovaglio, sono valse la standing ovation del Teatro dei Rinnovati: “Il Monte dei Paschi ha un’anima sola e non si può separare dalla città”. Benissimo. Epperò, a Intesa e al suo Ceo Carlo Messina, di spostare la banca da Siena, forse, interessa poco. Magari è più attento sull’altra anima (che c’è) ed è quella di Mediobanca. Assaltata prima, e conquistata poi, a suon di Ops. E, accanto a Siena, allora va messa pure Milano. Quella elegante e raffinata dei salotti buoni che, di punto in bianco, s’è ritrovata “presa” da Lovaglio. E non basta. Già, perché occorrerebbe metterci vicino (se non altro per questioni di cuore) anche Trieste. Difatti, Mediobanca, a sua volta, porta in dote un’altra anima ancora, quella di Generali. E, se proprio si volesse andare a essere cattivi, ci sarebbe poi l’anima di tutti gli italiani che hanno contributo, non s’è mai capito quanto spontaneamente, al suo salvataggio all’epoca del governo degli ottimati presieduto dall’altro Super Mario, e cioè Monti. Con quell’indimenticabile decreto salvabanche, ormai quasi quindici anni fa, da 20 miliardi di euro. Mentre, già allora e fino a oggi, le altre attività chiudevano, morivano nell’indifferenza generale: è il mercato, bellezza.
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