La libertà tra Giustizia esposta e Sicurezza in trincea
In questa settimana politica e Parlamento non hanno saputo trovare una sintesi comune sulle misure necessarie per la sicurezza pubblica annunciate dal ministro Piantedosi, rinunciando alla possibilità di condividerle per costruire strumenti nuovi e più efficaci a sostegno del lavoro della polizia e per dare risposta al disagio reale dei cittadini, lasciando che anche questa volta un tema essenziale scivolasse nella contrapposizione. Non per mancanza di strumenti, ma per l’assenza di una volontà politica capace di assumersi fino in fondo la responsabilità di decidere.
La politica, come la storia, attraversa fasi, questa non è la stagione dei giganti, ma dei nani, con poche eccezioni, più inclini alla prudenza tattica che al coraggio delle scelte comuni. Quando la politica rinuncia alla sua funzione di responsabilità, si incrina la fiducia dei cittadini e si indebolisce la protezione di chi ogni giorno è esposto al rischio, come gli uomini e donne della Polizia di Stato.
Torino, nei giorni appena trascorsi, non è più soltanto Torino, è un segno. È il volto stanco della Repubblica che, guardandosi allo specchio, fatica a riconoscersi, una crepa nell’ordine civile e nell’anima collettiva, perché ogni città ferita è sempre, prima di tutto, un Paese che smarrisce sé stesso. E Rogoredo non è più una stazione, ma il simbolo crudele dell’abbandono, una periferia trasformata in allegoria, luogo dove la politica arriva quasi sempre dopo. Lì la sicurezza non è una parola, è carne, paura, fragilità esposta. Tutti la invocano, la promettono, la agitano come bandiera. Ma la sicurezza vera, quella delle vite normali di cittadini, delle strade anonime, degli uomini e delle donne in uniforme, non ha retorica e non produce consenso immediato.
È muta, come sono mute le periferie che nessuno ha ascoltato, è una sicurezza che chiede presenza dello Stato, a partire dal comune e sino al Governo, prevenzione necessaria e regole chiare, non propaganda né ambiguità. Ed è qui che la risposta pubblica rischia di perdere il suo baricentro. Quando prevenzione e tutela degli operatori non sono sostenute da una scelta parlamentare condivisa, il confine tra garanzia e sospetto si assottiglia. In questo spazio si deposita uno stupore inquieto che attraversa una parte dell’opinione pubblica, la percezione di una giustizia severa con i poliziotti e sorprendentemente comprensiva con chi ha esercitato una violenza brutale. A Torino tre giovani, protagonisti delle devastazioni e dell’aggressione a colpi di martello contro agenti in servizio, sono stati arrestati e poi rapidamente scarcerati.
Non vuol essere un giudizio sulle decisioni giudiziarie, ma preoccupa l’effetto che esse producono nello sguardo dei cittadini, uno stupore e disorientamento che valica i diversi credi culturali e politici, proprio perché faticano a riconoscere una linea di coerenza tra legalità, proporzione e difesa dei valori democratici. Non siamo davanti a una semplice emergenza, ma a un mutamento più profondo, a una lenta assuefazione alla dissoluzione. Il limite arretra, l’inaccettabile diventa abitudine. Una politica che anche sui territori osserva, commenta e rinvia, anziché assumere decisioni condivise su ciò che riguarda tutti, finisce per somigliare a una folla senza statura, incapace di governare il tempo che vive. Ma non è solo un problema della politica, è la crisi di tutti coloro che dovrebbero custodire misura, responsabilità ed equilibrio istituzionale.
Quando anche i poteri di garanzia vengono trascinati nella contrapposizione, la fragilità dello Stato si fa più visibile. Il dibattito sulla giustizia ha esposto la toga al rumore della piazza, la dialettica è legittima, ma indipendenza e terzietà devono essere non solo reali, ma anche percepite come tali, perché la magistratura vive di autorevolezza silenziosa, non di esposizione. La giustizia, per la sua funzione nobile e terribile, deve custodire la distanza. Torino e Rogoredo parlano di sicurezza, il referendum parla di giustizia. Non sono la stessa notizia, ma rivelano la stessa ferita, la fiducia. Senza fiducia la sicurezza diventa paura, senza fiducia nella giustizia la democrazia si trasforma in sospetto. Norberto Bobbio ricordava che la democrazia è potere visibile, quando diventa opaca, genera inquietudine. E allora il punto non è scegliere da che parte stare, ma ritrovare la misura.
Perché quando la giustizia rischia di farsi folla e la sicurezza rischia di farsi solitudine, lo Stato smette di essere una casa comune e diventa uno spazio estraneo, attraversato da corpi stanchi e coscienze collettive disilluse. È in quel vuoto che cresce la paura, non nelle piazze, ma nelle vite ordinarie che non fanno rumore. Difendere e tutelare i poliziotti significa difendere la democrazia liberale e la vocazione civile del conflitto che va sempre garantito, ma non deve mai trasformarsi in violenza brutale. La libertà non sopravvive nell’urlo permanente né nell’ambiguità dei ruoli, ma nella fedeltà silenziosa alle istituzioni e nella capacità dello Stato e dei suoi poteri di essere forti senza essere ciechi, giusti senza essere distante. Perché una società che perde la misura non perde solo l’ordine, perde la propria anima. E senza anima, anche la libertà diventa fragile.
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