Gli ulivi di Puglia tra G7 e Kalashnikov
C’è una geografia dell’allarme simile alle previsioni meteo, perturbazioni gravi al Nord, variabilità pittoresca al Sud, mentre in Puglia un altro portavalori viene assaltato con esplosivi da cava, armi lunghe da guerra, staffette e chiodi a tre punte, e l’unica statale diventa per minuti interminabili una scenografia da guerra. La cartina si incrina, non è più bollettino ma rimozione. È la stessa Puglia che pochi mesi fa ha ospitato il G7, vetrina della diplomazia internazionale e cornice della nostra credibilità globale. Tra masserie e ulivi millenari abbiamo mostrato al mondo la bellezza di una terra antica, la cultura sapiente della civiltà contadina, l’orgoglio di una popolazione laboriosa e mite. È la terra di Aldo Moro, Giuseppe Di Vittorio e Pinuccio Tatarella, storie diverse unite da un’idea alta della Repubblica. Una regione che anche in questo Governo esprime personalità di assoluto rilievo nazionale ed europeo. Tra quegli ulivi secolari risuonano i Kalashnikov e nel Salento tornano le bombe contro i BancoPosta, detonazioni che lacerano la quiete delle piazze barocche. La terra offertà come simbolo di stabilità europea non può diventare teatro abituale di azioni paramilitari. Le cronache raccontano basi logistiche, pianificazione, competenze di tipo militare di una criminalità evoluta. Eppure, il racconto pubblico pesa ancora diversamente i fenomeni, ciò che accade lungo l’asse più industriale e produttivo diventa questione nazionale, ciò che esplode nelle periferie meridionali resta fenomeno locale. Una gerarchia percepibile, come se il PIL pro-capite orientasse l’indignazione e la rapidità delle risposte, una frattura che non può essere ignorata. Se la Puglia è parte della classe dirigente del Paese e della sua storia politica e sindacale, non può essere una variabile secondaria nelle priorità. La sicurezza pubblica non va garantita in funzione del reddito territoriale perché è misura della presenza dello Stato unitario. La polvere da sparo non distingue tra portici e ulivi. Quando si attacca un blindato si colpisce la convivenza civile e si sfida lo Stato nella sua interezza, non è solo un bancomat di provincia che deflagra, perché quell’esplosione erode l’autorità pubblica e la fiducia nel suo esercizio legale. Riconosco al Governo e al ministro Piantedosi di aver riportato il tema al centro dell’agenda, è un segnale e un impegno che non va sottovalutato. Ma il problema nasce da anni di turn over bloccato, pensionamenti non compensati, scuole di formazione non adeguate ai fabbisogni. Non bastano procedure ordinarie, serve un piano straordinario di assunzioni e potenziamento logistico. Vanno potenziati con urgenza gli organici delle Questure e dei commissariati delle tre province salentine, presidio di una frontiera interna che non può gravare solo sulla resilienza di poliziotti e carabinieri. Va ampliata la capacità formativa anche con soluzioni temporanee come l’uso di strutture alberghiere private e vanno fatte scorrere le graduatorie degli idonei ai concorsi interni ed esterni. Un contesto in cui, non è affatto marginale il conflitto permanente sulla giustizia, lo scontro sulle riforme fa scivolare sempre più il dibattito pubblico dalla sicurezza concreta alla contrapposizione ideologica. Sicurezza e fenomeni criminogeni non possono diventare terreno di contesa tra poteri dello Stato mentre sul territorio circolano armi da guerra. Quanto emerge dalla cronaca impone lucidità. Le organizzazioni attive nel Mezzogiorno mostrano cooperazione interprovinciale, accesso ad armi automatiche, uso sistematico di esplosivi e crescente propensione alla dimostrazione di forza. In assenza di una risposta strutturale il rischio è la normalizzazione della violenza ad alto impatto e la saldatura tra gruppi locali e reti più ampie del traffico di armi e droga. La Puglia per la sua posizione geografica rischia di diventare un nodo stabile di logistica criminale. Non è rivendicazione corporativa ma esigenza civile e istituzionale, l’eguaglianza sostanziale passa dall’eguale protezione dei territori, se l’attenzione appare più sollecita dove il peso economico è maggiore occorre correggere quella percezione con scelte visibili. La Repubblica è una e indivisibile da Nord a Sud. La Puglia non può essere solo cartolina o scenografia per vertici internazionali. È terra che ha generato cultura politica e senso dello Stato, se non la mettiamo in sicurezza rischiamo di esporre al mondo una bellezza fragile, custodita più dal sacrificio degli operatori che da una strategia di lungo respiro. Abituarsi all’ennesimo Kalashnikov su una statale come fosse anomalia folcloristica sarebbe l’errore più grave. Alla politica spetta una convergenza responsabile sul tema, sottraendolo alla polarizzazione, perché la sicurezza è un bene comune, non una linea di confine tra schieramenti. Come pugliese sono orgoglioso della scelta fatta dalla Premier Meloni, ma tra il successo del G7 e la polvere da sparo non possono esserci tentennamenti. Deve esserci Stato.
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