Sicurezza, italiani stanchi di troppe “porte girevoli”
La quotidianità dei cittadini sembra muoversi su binari divergenti, generando un senso di "beffa" istituzionale
Per discutere di sicurezza in Italia, oggi bisogna partire dall’istantanea di un Paese sospeso tra un’intensa attività normativa e una percezione di vulnerabilità che mortifica gran parte degli italiani e alimenta la spinta – talvolta politica – verso la giustizia “fai-da-te”.
Sicurezza, gli italiani sono stanchi
Da un lato il governo Meloni, dal 2022 a oggi, ha puntato sul “pugno di ferro” con provvedimenti come il Decreto Caivano. Dall’altro, i risultati operativi e la quotidianità dei cittadini sembrano muoversi su binari divergenti, generando un senso di “beffa” istituzionale.
A disegnare il quadro, i dati, tra “veline” e la realtà. La massiccia operazione di ieri condotta in 44 province italiane, emblematica di questo scollamento. A fronte di numeri imponenti — 539 arrestati, 954 denunciati e il sequestro di centinaia di chili di stupefacenti, armi e contanti per centinaia di migliaia di euro — il dato che stride con l’idea di un controllo totale della Rete: 973 profili social sono stati individuati per incitamento all’odio e alla violenza, soltanto per due di questi è stata avanzata la proposta di oscuramento.
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La sproporzione
Questa evidente sproporzione suggerisce che l’azione dello Stato finisca spesso per infrangersi contro le maglie strette di un diritto la cui inalienabilità stona con quanto accade nelle strade delle città. Mentre il racconto pubblico parla di “città assediate” dalle baby gang, la realtà giuridica si scontra con la difficoltà di trasformare la “postura digitale” violenta — tipica di fenomeni come la drill culture — in prove ammissibili per un sequestro preventivo o un oscuramento.
La soglia della tolleranza
La sicurezza percepita si scontra, ogni giorno di più, con la soglia della tolleranza. La distanza tra la sicurezza reale e quella percepita è ormai un solco profondo. La percezione del rischio, alta: il 44,5% degli italiani esprime un giudizio negativo sulla sicurezza della propria città.
La microcriminalità è il virus che avvelena centri urbani e periferie: il 36,9% dei cittadini si sente minacciato soprattutto da borseggi, scippi e furti, considerati la principale fonte di insicurezza quotidiana
La reazione? L’isolamento. Quasi sette cittadini su dieci (69%) dichiarano di aver evitato, almeno una volta, determinate aree urbane per timore di aggressioni o incontri con le gang.
La giustizia fai-da-te
In questo contesto, monta il fenomeno dei vigilantes e della giustizia sommaria. L’Eurispes conferma l’emergere di “gruppi di autodifesa” e una crescente intolleranza verso l’indulgenza normativa, percepita come tale dal 47,2% della popolazione.
Il cittadino vede lo Stato investire risorse in fermi e direttissime che spesso sfociano in scarcerazioni immediate, alimentando l’idea di un sistema “a porte girevoli”.
Sullo sfondo – sempre più animato da presenze ingombranti -, attivisti del “degrado urbano”. Figure non folkloristiche, perché seguite da milioni di followers, l’humus in cui pescare i riferimenti concettuali da trasferire nei talk tv, anche quelli locali.
Il governo ad un bivio
Il governo, ad un bivio se non in una posizione complessa. Ha inasprito le misure — portando a un aumento del 50% delle presenze negli Istituti Penali per Minorenni tra il 2022 e il 2025 — ma deve al contempo rispondere a un quadro europeo che invoca i diritti della Cedu.
La giurisprudenza europea protegge infatti la libertà di espressione, anche quando è “scioccante” o descrive realtà marginali violente, a meno che non vi sia una minaccia specifica e immediata. Per molti italiani, il paravento burocratico di una Ue lontana, che impedisce di colpire i catalizzatori digitali della violenza prima che questa si trasformi in aggressione reale nelle strade.
Il rischio delle risposte penali “semplici”
Il rischio, che la politica insegua il consenso attraverso risposte penali “semplici” a problemi complessi. Mentre la ripetizione ossessiva di episodi di cronaca nera e la spettacolarizzazione social della devianza creano un clima di panico morale. La sfida – si dice spesso – non è solo repressiva, ma culturale.
Però, finché la percezione di impunità per i reati che colpiscono la “qualità della vita” (borseggi, piccoli furti, rapine) rimarrà alta, la fiducia nelle istituzioni continuerà a cedere il passo alla tentazione della giustizia privata.
Ciò, indipendentemente dal numero di profili social che la polizia riesca a monitorare senza poterli oscurare.
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