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Sigfrido più che “cinghialone”, “maialone”

di Alberto Filippi -


Un’estate intera per raccontarci che l’amico di un giornalista che si professa insospettabile può finire agli arresti come mandante confesso di un attentato dinamitardo.

Un’estate intera per raccontarci che il Comitato etico di un’azienda pubblica può passare più ore a esaminare un conduttore che a mandare in onda la trasmissione che quel conduttore dirige. E un’estate intera, soprattutto, per far conoscere Sigfrido Ranucci agli italiani meglio di quanto vent’anni di Report siano riusciti a fare: non attraverso le sue inchieste, ma attraverso l’inchiesta su di lui.

C’è qualcosa di profondamente istruttivo, e per questo satiricamente ghiotto, nel fatto che la vicenda abbia messo in imbarazzo l’intera televisione pubblica — quella per cui ogni italiano paga un canone anche solo per il fatto di possedere un televisore o un computer, che lo guardi o no. Ha avuto almeno il merito, questa storia, di far discutere apertamente di un metodo — il “metodo Report”, nel bene e nel male — che con o senza Ranucci alla conduzione solleva interrogativi legittimi su tempi, garanzie e diritto di replica.

Il buon gusto di peggiorare le cose

Non è la sede per stabilire chi abbia ragione nelle aule di tribunale: è la sede per notare, con una risata amara, quanto sia comodo processare in diretta chi poi, mesi o anni dopo, viene assolto in un trafiletto in ultima pagina.

E se già questo basterebbe a far allargare le braccia, ci si mette pure il buon gusto a peggiorare le cose. A due settimane dall’attentato dinamitardo contro il conduttore, l’amico Valter Lavitola — quello che poi si sarebbe autoaccusato di essere il mandante — se ne andava in Zimbabwe per una battuta di caccia grossa, permesso ufficiale alla mano: due elefanti maschi, un leone, un leopardo, fucili da centomila euro l’uno, per una spesa stimata oltre i centotrentamila euro. Le foto, mostrate anche dal Tg1, lo ritraggono in posa accanto alle carcasse.

Non è reato cacciare in Zimbabwe con regolare licenza. È solo, diciamo così, di una tempistica e di un gusto estetico che definire “opinabili” è già un complimento: mentre la procura di Roma cercava chi avesse voluto morto il tuo miglior amico, tu te ne andavi ad abbattere pachidermi in posa da trofeo. Certe amicizie, più che indagate, andrebbero forse solo osservate con più attenzione fin dall’inizio.

Una verità e due versioni

Poi c’è la questione, apparentemente minima e in realtà chirurgica, delle due versioni della telefonata con cui Milena Gabanelli gli avrebbe proposto la conduzione di Report. Nel libro di Ranucci, la chiamata arriva mentre soccorre un motociclista ferito in un incidente: il conduttore-eroe, insomma, colto nell’atto di salvare una vita. In un’intervista televisiva successiva, la stessa telefonata arriva mentre è in bagno. Non è un dettaglio penalmente rilevante — nessuno finisce sotto processo per aver raccontato diversamente un aneddoto — ma è precisamente il tipo di incongruenza che il “metodo Report” ha insegnato per vent’anni agli italiani a considerare un campanello d’allarme, quando a inciampare erano gli altri.

E allora viene naturale chiedersi: perché lo stesso metro, applicato per due decenni a sindaci, ministri e imprenditori costretti a rispondere di ogni dettaglio in un parcheggio, oggi non si applica a chi quel metro lo ha inventato? Il diritto al riserbo, evidentemente, è una garanzia che si scopre solo quando tocca a noi.

La mia esperienza

Su questo mi permetto di raccontare qualcosa che ho vissuto in prima persona ed è il motivo per cui guardo a questa vicenda con più partecipazione. Fui avvicinato — o meglio, si tentò di intervistarmi — nel parcheggio di un autolavaggio, con un metodo che definirei inquisitorio: fecero dei “taglia e cuci” scandalosi, ci furono risposte pretese sul posto, prima ancora che potessi parlare con i magistrati, cosa che avevo esplicitamente chiesto di fare.

Mi concessi poi, di mia iniziativa, a oltre tre ore di loro interrogatorio, dalle quali — lo ha riconosciuto lo stesso Ranucci — non emerse nulla a mio carico. Nulla.

Eppure, quel nulla, in redazione, si trasformò comunque in una trasmissione costruita per accusare, montata per ridicolizzare, capace di trovare inquadrature e silenzi giusti per farmi sembrare colpevole di qualcosa. Io ero, in quel momento, l’uomo chiave di un’azienda con sessanta dipendenti: la mia firma garantiva i fidi in banca, la mia credibilità professionale muoveva un fatturato che superava i cinquanta milioni di euro l’anno tra acquisti e vendite.

Dopo quella trasmissione, senza che mai arrivasse una rettifica per chi mi aveva ascoltato la prima volta, ho visto crollare il valore della mia azienda per oltre dieci milioni di euro. Giustizia impone che io questi danni, a chi li ha creati, li debba andare a richiedere. L’indagine che mi riguardava fu archiviata, e l’archiviazione fu chiesta proprio da chi l’aveva aperta, una volta verificata la mia estraneità ai fatti. Racconto questo non per pretendere che sia verità universale, ma perché è la mia verità.

Le accuse sono da verificare

Ed eccoci al punto che, di questa storia, ha fatto davvero allargare le braccia — anche a chi in questi anni Ranucci lo ha apprezzato: le accuse, ancora tutte da verificare e che vanno trattate con la cautela che meritano, di condotte inappropriate verso delle colleghe. Se confermate, sarebbero il capitolo più semplice da giudicare di tutta la vicenda, perché non richiederebbero perizie né gradi di giudizio: basterebbe il buon senso.

Perché il potere, quando smette di essere usato per fare il proprio mestiere e comincia a essere usato per provarci con chi quel potere lo subisce, cambia semplicemente nome: da lì in poi non si è più potenti, si è prepotenti.

Ed è un gioco di parole facile, forse fin troppo facile, ma è anche l’unico che serve: basta una sillaba, “pre-”, messa davanti a “potente”, per raccontare tutta la differenza tra chi comanda e chi abusa.

E in gergo, senza che nessuno debba per questo sentirsi offeso, per chi diventa prepotente in quel modo c’è già una parola pronta: maialino. O, vista la stazza mediatica del personaggio, maialone.

Del resto, la parola “rubacuori” non l’ha inventata questo articolo: nel suo libro Ranucci si raccontava già così, quasi vantandosene, e la stessa parola l’ha usata in tv, mesi fa, proprio Milena Gabanelli — che di lui, per averlo avuto al fianco per dieci anni prima di cedergli la conduzione, qualcosa capiva di sicuro.

“È un gran rubacuori, le raccoglie a man bassa”, disse di lui, con quel tono bonario di chi conosce bene i propri polli e, forse, stava già provando ad avvisarlo con affetto: attento a non esagerare. Lo chiamavano “cinghialone”. Ma alla luce di quest’ultimo capitolo, forse è arrivato il momento di aggiornare il soprannome: più che cinghialone, “maialone!”.

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