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Il Vangelo secondo Sigfrido: la grande stanchezza del moralismo a tassametro

Tra cortocircuiti giudiziari, doppi standard e galanterie d'archivio, la commedia va in scena. Ma il pubblico ha smesso di indignarsi: è solo infinitamente annoiato

di Anna Tortora -


La logica del diritto ha un difetto imperdonabile: rovina irrimediabilmente le narrazioni più suggestive. Specialmente quando la favola in questione riguarda l’infallibilità di Sigfrido Ranucci, ormai collocato con discreta disinvoltura a metà strada tra il giornalismo d’inchiesta e la figura del martire ad alto rendimento di share.

Le carte della Procura ci regalano infatti una sfumatura di involontaria eleganza tragicomica sulla vicenda Lavitola: la tesi della “vittima favorita”. Faccendieri e cospiratori non desideravano affatto azzittire l’ostinato conduttore, bensì elevarlo al rango di icona nazionale, propiziandogli un aumento di scorta e accreditarlo come nuovo padre della patria progressista. Praticamente una minaccia assistenziale, un attentato a colpi di benefit. Di fronte a tanta sollecitudine, la reazione di rito è stata l’immancabile “attacco vergognoso”. È la consueta alchimia del doppio registro: garantisti inflessibili con i propri teoremi, giustizialisti d’acciaio con la vita altrui.

Ma la vera crepa nel moralismo di redazione la traccia Selvaggia Lucarelli. È bastato uno scambio di cortesi veleni per veder crollare il dogma dell’Infallibile: a fronte delle critiche ricevute, la replica si è assestata su un “pensi alle sue frequentazioni”, a cui la blogger ha prontamente ribattuto evocando “modalità da pizzino”. Un garbatissimo duello d’altri tempi che ha mostrato il fianco del re: anziché smontare le obiezioni con un minimo di signorile autoironia, si è preferito attingere al repertorio delle allusioni da corridoio.

Sigfrido Ranucci, Selvaggia Lucarelli e la stanchezza infinita del pubblico

A completare l’affresco sopraggiungono le rivelazioni sui messaggini del 2019. Sia data per scontata la presunzione d’innocenza, insieme a tutto il formulario della prudenza. Ma se la parabola del colloquio di lavoro convertito in galanteria trovasse riscontro, ci troveremmo dinanzi a un classico della commedia di costume: l’Inchiestatore Seducente. Basta un minimo scampolo di potere e l’autosuggestione fa il resto. Resta un’autostima a reazione, mentre il mondo progressista — di norma sollecito nell’istruire processi sommari al patriarcato per un complimento di troppo — osserva oggi un silencio di quasi mistica devozione.
Al di sotto di questo teatrino, tuttavia, affiora una verità assai più definitiva: la solenne stanchezza di chi guarda.

I lettori sono semplicemente esausti. Stufi e nauseati dal doppiopesismo quotidiano, stanchi di un’arena pubblica in cui muovere una risata di costume equivale a un delitto di lesa maestà. La gente non ne può più di questa epica del martirio a reti unificate, dove ogni piccola miseria privata viene rivestita con i panni della resistenza civile.

Mentre gli organi preposti esaminano gli audio con la pomposità di un concilio ecumenico e il cittadino versa il canone per ammirare lo spettacolo, la vera sentenza è già stata emessa dal basso. Non si tratta di una condanna, ma di un irrimediabile sbadiglio. Il giornalismo d’inchiesta si è ripiegato in una citazione di se stesso. E se il sipario dovrà calare, non sarà per un complotto di palazzo, ma per il più elegante dei motivi: l’indifferenza di un pubblico sazio.

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