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Esteri

Il patto Usa-Iran è morto: ora parla la guerra

La macchina militare accelera e il costo del conflitto aumenta

di Ernesto Ferrante -


Il memorandum che avrebbe dovuto contenere la crisi tra Stati Uniti e Iran non esiste più. È stato incenerito dalle bombe. Le ultime 48 ore hanno certificato che quel fragile tentativo di de-escalation è ormai carta straccia, travolto da una spirale di esplosioni, ritorsioni e minacce.

I raid statunitensi e la risposta iraniana

Alle 13:30 italiane di ieri, il Comando centrale degli Stati Uniti ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi iraniani. Novanta minuti di bombardamenti con munizioni di precisione contro sistemi di difesa costiera e siti di lancio di missili da crociera sull’isola di Grande Tunb. Secondo il Centcom, la capacità iraniana di colpire il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz sarebbe stata “ulteriormente ridotta”. Ma la risposta di Teheran racconta un’altra storia, quella di un Paese che, lungi dall’essere piegato, mostra una resilienza militare che sta sorprendendo anche gli analisti più prudenti.

Il bilancio umano dell’ultima ondata di raid è pesante. Hossein Kermanpour, portavoce del Ministero della Salute, ha dichiarato che oltre 260 persone sono rimaste ferite, tra cui donne e minori. Due le vittime confermate. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha parlato di “crimini di guerra” e ha promesso che la Repubblica islamica perseguirà la giustizia “attraverso meccanismi legali e internazionali”.

La rappresaglia non è solo diplomatica. È militare, diretta, esplicita. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha rivendicato un attacco contro un centro militare statunitense nel porto Abdullah, in Kuwait, ampliando il fronte del conflitto. Poche ore prima, la Giordania aveva annunciato di aver abbattuto tre missili balistici iraniani entrati nel proprio spazio aereo. E in parallelo i Pasdaran hanno fatto sapere di aver colpito centri vitali della Quinta Flotta Usa in Bahrein, inclusi depositi di carburante e strutture di comando.

Lo Stretto di Hormuz è sotto il controllo di Teheran

Lo Stretto di Hormuz, arteria del commercio energetico globale, è di fatto chiuso. Nelle scorse 24 ore almeno due navi sono state fermate dopo colpi di avvertimento della Marina iraniana. Una mossa che aumenta la pressione sugli Usa e che spiega la minaccia lanciata da Donald Trump: “La prossima settimana distruggeremo tutte le loro centrali elettriche e tutti i loro ponti, a meno che non si siedano al tavolo delle trattative”. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni.

Il tycoon valuta attacchi più massicci

Martedì, nella Situation Room, Trump ha discusso con il suo team di sicurezza nazionale una “massiccia offensiva” contro l’Iran, più ampia degli attacchi attuali. Stando ad Axios, sul tavolo ci sono piani per colpire infrastrutture strategiche e capacità militari profonde, in un’escalation che potrebbe trasformare la crisi in un conflitto regionale su vasta scala.

Mentre la macchina militare americana accelera, cresce anche il costo della guerra. La stima interna del Pentagono, rivelata dalla NBC, parla di una cifra compresa tra 80 e 100 miliardi di dollari. Circa tre volte quella ufficiale. Una somma che include non solo le operazioni in corso, ma la sostituzione dei velivoli distrutti e la ricostituzione delle scorte di munizioni. È il prezzo della deterrenza, ma anche il segnale di un conflitto che sta diventando strutturale.

Si arricchisce la lista dei murales minacciosi

A Teheran, intanto, la propaganda risponde colpo su colpo. In Piazza Enghelab è apparso un nuovo murale con Trump raffigurato in una bara avvolta nella bandiera americana, con la scritta “Uccideremo Trump”. Un’immagine brutale, che riflette il clima di vendetta dopo l’uccisione dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei e che testimonia come la leadership iraniana stia mobilitando l’opinione pubblica per una fase di confronto prolungato.

Conclusi i negoziati tra Israele e Libano in Italia

Sul fronte diplomatico, a Roma si è conclusa la seconda giornata dei negoziati libanesi-israeliani, centrati sulle “aree pilota” previste dall’accordo quadro firmato a Washington. Un processo che dovrebbe portare al ritiro graduale di Israele da porzioni di territorio libanese, condizionato al disarmo di Hezbollah. Un obiettivo che, alla luce della recrudescenza regionale, appare sempre più fragile.

Fonti israeliane hanno confermato che lunedì Benjamin Netanyahu incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca. Un vertice che arriva nel momento più delicato e non promette niente di buono. Israele non ha mai visto di buon occhio una soluzione diplomatica tra Washington e Teheran. Il Medio Oriente è entrato in una nuova fase. L’Iran resiste. Gli Stati Uniti rilanciano. E la regione, dal Golfo al Mediterraneo, scivola verso un conflitto che nessuno controlla più.


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