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Cultura & Spettacolo

Né woke né queer: la vera lezione di Tim Curry è la pernacchia al potere

di Elia Cevoli -

da Wikipedia


I registri delle sale cinematografiche di una volta non chiedevano carte d’identità ideologiche, e men che meno il Cinema Mexico di Milano ha mai preteso che qualcuno compilasse un modulo di conformità lessicale prima di sedersi in platea. Per decenni, l’appuntamento con la proiezione cult di The Rocky Horror Picture Show non è stato un seminario d’ateneo, né tantomeno un pellegrinaggio di auto-commiserazione. Si andava lì per ridere, per urlare contro lo schermo, per tirare il riso, per vestirsi da alieni in corsetto e per mandare a quel paese il perbenismo borghese a colpi di irriverenza e ironia. Oggi, chi guarda a quelle stagioni con la lente deformante del presente commette un errore madornale: scambia la liberazione e la sfrontatezza con il vittimismo codificato.

Dal corsetto al punk: un’estetica ribelle

Quell’estetica provocatoria ha anticipato a gran carriera la deflagrazione del punk e della scena dark, che da quel costume scenico hanno ereditato l’attitudine allo strappo, le calze a rete, il trucco pesante e l’uso del feticcio come arma di sabotaggio visivo. Nelle controculture di allora, la diversità non era una pratichetta burocratica da compilare, né un elenco di sotto-categorie da esibire per chiedere protezione. Di quello che la gente faceva a letto non importava assolutamente a nessuno. Il bersaglio era l’omologazione di massa, l’ipocrisia borghese, l’autorità. Essere diversi era un motivo di vanto e quella diversità veniva conquistata in strada a muso duro, senza chiedere il permesso e senza il bisogno di inventare un neologismo a settimana per giustificare la propria esistenza.

Oggi assistiamo a un cortocircuito evidente. Da un lato c’è il fuggi fuggi generale di una certa sinistra che cerca di ripulirsi frettolosamente dall’etichetta woke e dai termini più divisivi, prendendone le distanze nel tentativo di riacchiappare un elettorato smarrito. Dall’altro lato, la scomparsa di icone che con quelle categorie teoriche non c’entravano nulla viene trasformata nell’ennesima occasione per riapplicare a forza quegli stessi bollini. Di fronte alla morte di figure simbolo dell’irriverenza anarchica, dell’eccesso comico e della sfrontatezza teatrale come Tim Curry, la macchina del commentario culturale non trova di meglio che appiccicare loro addosso postumo il bollino di icona queer.

Curry, un’icona anti-sistema, non un simbolo da tesserino

Si tratta di un’appropriazione indebita e anacronistica che tradisce la natura profonda di quella storia. Far ripartire il baraccone dei neologismi e delle etichette in occasione di una scomparsa celebre significa rifiutare l’essenza stessa di chi ha passato la vita a sbeffeggiare i dogmi. Tim Curry non metteva il corsetto per accreditarsi presso un comitato d’ateneo o per chiedere protezione al potere, ma per dissacrare la morale borghese a colpi di risate e rock’n’roll. È singolare notare come un lessico da cui la politica ufficiale cerca oggi di smarcarsi per calcolo tattico venga improvvisamente rispolverato dal dibattito per arruolare a forza personaggi d’altri tempi.

Andare al Mexico a fare il verso a Frank-N-Furter era un atto di pura forza, di sberleffo e di vitalità goliardica. C’era un’energia che voleva spaccare il mondo e ridere delle sue rigidità, lontana anni luce dalla ricerca di una rivalidazione formale per ogni singola sfumatura del proprio vissuto. Il paradosso del discorso contemporaneo sta proprio qui: quello che doveva essere un rifiuto delle norme si è trasformato in una mania catastale di incasellare qualsiasi cosa. Dove prima c’era l’orgoglio di essere irriducibili e non catalogabili, oggi si erigono recinti d’appartenenza e protocolli di sensibilità che avrebbero fatto sbellicare dalle risate chiunque frequentasse quelle sale negli anni d’oro.

L’ultima lezione di Tim Curry: complicità, non protezione

L’irriverenza di Tim Curry non chiedeva pietà, tolleranza o protezione; chiedeva complicità, sfrontatezza e autonomia. Ridurre la sua maschera a un capitolo di sociologia identitaria è l’ultima offesa di un conformismo che non sa più ridere. La vera rivoluzione non è mai stata farsi rilasciare una targhetta dal potere di turno, ma guardarlo in faccia, sputargli addosso una risata e lasciarlo lì, da solo, a cercare di capire in quale casella rinchiuderci.

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