Tubercolosi tra i camici bianchi: il focolaio dell’Istituto di Medicina legale di Milano
OTTO CASI ACCERTATI, INDAGINE DELL’ATS SULLA FONTE DEL CONTAGIO
Un focolaio di tubercolosi cresciuto nel silenzio per settimane, dentro il luogo che per definizione dovrebbe conoscere meglio di ogni altro i rischi del contatto con la morte.
È quanto emerso all’Istituto di Medicina legale dell’Università Statale di Milano, dove l’Agenzia di tutela della salute ha accertato otto casi di malattia conclamata tra medici specializzandi, specialisti e altro personale in servizio.
Quattro di questi sono stati individuati grazie a uno screening mirato, mentre altre sette persone sono risultate positive ai test che segnalano l’avvenuto contatto con il batterio – hanno un’infezione latente e seguono una terapia destinata a durare mesi. Nessuno dei pazienti risulta oggi ricoverato, tutti sono in cura.
Tubercolosi: sarebbe iniziato tutto da un tavolo settorio
Gli accertamenti dell’Ats si concentrano su un episodio preciso, collocabile all’inizio di luglio: l’esame autoptico su una salma con sospetto di tubercolosi, al quale avrebbero preso parte diversi medici in formazione.
Da lì, secondo la ricostruzione, sarebbero emerse le prime positività. A sollevare pubblicamente il caso è stata l’Associazione liberi specializzandi, il cui presidente Massimo Minerva ha raccolto una serie di segnalazioni interne e le ha trasformate in una lettera indirizzata alla rettrice della Statale, Marina Brambilla, e all’Ispettorato del lavoro.
Il ragionamento è di tipo epidemiologico prima ancora che giuridico: un numero così alto di contagiati in un ambiente circoscritto rende plausibile che la sorgente del batterio sia unica e legata all’attività lavorativa.
La sala e i dispositivi di aspirazione
Il punto più delicato riguarda le condizioni della sala in cui si sarebbe svolto l’esame autoptico. Stando alle segnalazioni raccolte dall’associazione, quell’ambiente non sarebbe stato dotato di una cappa né di un sistema capace di captare gli aerosol che si liberano dal materiale infetto: proprio la via attraverso cui il bacillo di Koch si trasmette con maggiore efficacia.
Minerva contesta, inoltre, che non siano stati valutati in modo specifico i rischi biologici connessi alle mansioni dei giovani medici, che nelle sale autoptiche operano a stretto contatto con i tessuti. Nella lettera all’ateneo l’associazione ha elencato ventidue richieste di chiarimento ed ha annunciato un esposto ai carabinieri – che secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente sarebbe stato depositato in queste ore.
Il medico competente
Un secondo fronte di attrito riguarda la sorveglianza sanitaria. Alcuni specializzandi avrebbero chiesto di essere sottoposti a visita da parte del medico competente, ricevendo dalla segreteria della scuola di specializzazione una risposta di tipo “procedurale”.
Il certificato per il rientro spetterebbe esclusivamente al centro pneumologico che segue i pazienti e il medico competente entrerebbe in gioco solo dopo sessanta giorni di assenza.
Una chiave di lettura che Minerva ha respinto richiamando la normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e osservando che diversi interessati avrebbero ripreso o proseguito l’attività senza aver prodotto alcuna certificazione.
Ateneo, sindacati e sorveglianza sanitaria
L’Università Statale ha comunicato di avere avviato verifiche istruttorie per ricostruire l’accaduto, coinvolgendo le strutture competenti e attivando il raccordo con le autorità sanitarie e di vigilanza.
Dall’Ats si conferma che le indagini per risalire all’origine del contagio e per verificare l’applicazione delle misure di prevenzione sono in corso, e che la sorveglianza attiva prosegue insieme al centro di riferimento di Villa Marelli, presso l’ospedale Niguarda.
Sulla vicenda è intervenuto anche il sindacato Anaao Assomed, che parla di lacune strutturali nella tutela di dirigenti medici e specializzandi e chiede l’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi, dotazioni impiantistiche adeguate nelle sale autoptiche e l’attivazione immediata del medico competente.
Resta sullo sfondo un dato che il caso milanese riporta in primo piano: la tubercolosi non è una malattia del passato. Continua a circolare, si trasmette per via aerea e colpisce anche chi la studia. Proprio per questo, negli ambienti a rischio, la differenza la fanno impianti funzionanti, formazione adeguata e protocolli applicati senza eccezione alcuna.
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