Tra femminicidi e boom di AfD, non lasciamo la famiglia agli estremisti
Ci sono articoli che l’attualità costringe a rileggere prima ancora che siano pubblicati. Questo è uno di quelli.
Mentre scrivevo della famiglia in Europa, due fatti apparentemente lontanissimi sono tornati a interrogarci. In Italia l’ennesimo femminicidio ci ricorda tragicamente che la famiglia e le relazioni affettive possono anche diventare luoghi di sopraffazione e violenza. In Germania, l’avanzata elettorale dell’AfD mostra invece quanto profonda sia diventata, in una parte della società, la reazione verso l’establishment politico e culturale dominante.
Inquietudini polarizzate
Due fenomeni profondamente diversi, che sarebbe sbagliato collegare attraverso semplicistiche relazioni di causa-effetto. Ma entrambi ci obbligano a riflettere su una società europea sempre più inquieta e polarizzata.
Ne ho parlato qualche tempo fa al Parlamento europeo con Vincenzo Bassi, giurista e presidente della Federation of Catholic Family Associations in Europe (FAFCE), da anni impegnato nel portare nel dibattito europeo la voce delle famiglie cattoliche.
La famiglia non appartiene né alla destra né alla sinistra
Il punto di partenza è semplice: l’Europa ha bisogno della famiglia. Non della caricatura patriarcale nella quale qualcuno vorrebbe rinchiuderla. E neppure di una società nella quale parlare di padre, madre, figli e responsabilità familiare rischi di apparire culturalmente sospetto e antiquato.
Una società organizzata esclusivamente secondo le logiche del mercato globale e dell’individuo autosufficiente finisce per indebolire proprio quei legami dai quali dipende la coesione sociale.
Quando il lavoro è precario, acquistare una casa diventa proibitivo e avere figli si trasforma quasi in un lusso, la crisi non è soltanto economica. Diventa demografica, sociale e politica.
L’Europa vive un inverno demografico che non possiamo più trattare come una statistica. Meno nascite, popolazione che invecchia, solitudine, spopolamento e difficoltà di ricambio generazionale incidono sul welfare, sull’economia e sulla fiducia nel futuro.
Asili nido, congedi parentali, sostegno alla genitorialità e politiche fiscali favorevoli alle famiglie non sono elemosine né privilegi. Sono investimenti nel capitale umano e nella coesione sociale.
Agli eccessi rispondono altri eccessi
Sono convinto che una parte della sinistra europea dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi.
La sacrosanta battaglia contro discriminazioni e violenze non può trasformarsi nella delegittimazione sistematica della famiglia tradizionale, né nell’imposizione di linguaggi e modelli culturali percepiti da una parte della popolazione come estranei. Difendere senza esitazioni la dignità e i diritti delle persone omosessuali, transgender o queer è un dovere di qualsiasi società liberale. Altra cosa sono gli eccessi ideologici, certe esasperazioni woke o la trasformazione del Pride da rivendicazione di diritti in rappresentazioni talvolta volutamente provocatorie e grottesche.
Perché gli eccessi, nella società come nella politica, rischiano di produrre eccessi di segno contrario.
L’avanzata dell’AfD dovrebbe quindi far riflettere, anche a sinistra. Non basta bollare milioni di elettori come estremisti, ignoranti o nostalgici. Bisogna domandarsi perché una parte crescente della popolazione si senta culturalmente estranea al discorso politico dominante e finisca per cercare altrove rappresentanza.
Questo non rende automaticamente giuste le risposte della destra radicale. Significa esattamente il contrario: se la politica democratica e moderata abbandona determinati temi, qualcun altro inevitabilmente li occuperà.
La risposta agli eccessi woke non può essere il ritorno al patriarcato. E la risposta al patriarcato non può essere una guerra culturale contro la famiglia tradizionale.
Famiglia come scuola di rispetto
Il femminicidio ci mostra l’altra faccia del problema. Nessuna retorica sulla famiglia può farci dimenticare gli orrori spesso si consumano tra le mura domestiche, comprese quelle di famiglie tradizionali.
Bassi ha scritto una frase che merita proprio per questo di essere riletta: «Madri e padri, al di là della loro nazionalità, non vogliono la guerra. La famiglia è la scuola della pace».
Al netto delle eccezioni rappresentate da guerre fratricide e femminicide che avvengono in famiglia, perché la famiglia sia davvero scuola della pace deve ridiventare vera scuola di rispetto. Il bambino deve imparare anzitutto in famiglia che amare non significa possedere, che una donna non appartiene a un uomo e un uomo non appartiene a una donna, che un rifiuto va accettato e che la forza non conferisce alcun diritto.
La prevenzione della violenza comincia soprattutto dall’educazione alla responsabilità, al rispetto e alla gestione delle frustrazioni.
Né patriarcato né società senza radici
De Gasperi, Schuman e Adenauer non immaginavano un superstato destinato a sostituire nazioni, comunità e famiglie. Pensavano a una casa comune costruita anche attraverso il principio di sussidiarietà.
Ed è forse proprio da lì che bisogna ripartire.
Non dalla nostalgia per una società patriarcale, che nessuno dovrebbe rimpiangere. Ma neppure dall’illusione che una società migliore possa essere costruita semplicemente liberando l’individuo da ogni appartenenza, identità, tradizione e legame.
L’Europa deve difendere ogni persona dalle discriminazioni e, contemporaneamente, avere il coraggio di sostenere le famiglie. Deve aiutare chi vuole avere figli a poterli avere, chi li ha a poterli crescere e chi li educa a poter trasmettere rispetto, libertà e responsabilità.
Gli estremismi prosperano anche negli spazi lasciati vuoti dalla politica moderata.
Il femminicidio italiano e l’avanzata dell’AfD ci parlano, in modi completamente diversi, di una società inquieta. Non sono causa ed effetto e non appartengono allo stesso fenomeno. Ma ricordano entrambi quanto sia pericoloso lasciare le questioni fondamentali della convivenza civile agli opposti estremismi.
La risposta non può essere l’aggiunta di una nuova guerra culturale a quelle che già combattiamo. E neppure dare armi ulteriori alla guerra cognitiva che le oligarchie mondiali hanno dichiarato da tempo all’Europa.
Può invece essere quella di ricominciare dalle relazioni, dall’educazione, dalla solidarietà e dalla responsabilità.
In una parola: dalla famiglia. Non quella idealizzata del passato, ma nemmeno quella trasformata in controversa bandiera ideologica. Quella di cui ha bisogno il futuro.
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