La crisi tra Stati Uniti e Iran continua a muoversi in quella zona grigia che non è guerra dichiarata, ma nemmeno pace raggiunta. L’equilibrio è instabile, con provocazioni calibrate e una retorica studiata che lascia intuire quanto entrambe le parti considerino utile mantenere la tensione senza oltrepassare la soglia del conflitto aperto. La “risposta decisa” annunciata dai Guardiani della Rivoluzione in caso di nuove operazioni americane, conferma che Teheran non intende arretrare. La linea dura trova eco nel Parlamento iraniano, dove figure come Kamran Ghazanfari hanno precisato che un eventuale accordo con Washington non significherebbe affatto la fine della guerra.
Il fronte militare
Sul terreno, la dinamica è altrettanto tesa. Le forze navali iraniane sostengono di aver intercettato quattro imbarcazioni, tra cui una petroliera americana, accusate di aver tentato di attraversare lo Stretto di Hormuz senza coordinamento con la Repubblica islamica. Colpi di avvertimento, rotta invertita, accuse reciproche. Il copione si ripete alimentando l’incertezza su una delle arterie energetiche più delicate del pianeta.
L’attacco missilistico iraniano contro il Kuwait, definito dal Comando centrale Usa una “flagrante violazione del cessate il fuoco”, ha ulteriormente aggravato il tutto. Gli Stati Uniti hanno denunciato anche il lancio di droni d’attacco, intercettati prima che potessero colpire. La reazione del Golfo è stata immediata e durissima. Il Consiglio di cooperazione del Golfo ha condannato l’episodio come una violazione del diritto internazionale e della sovranità kuwaitiana. Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita hanno espresso solidarietà a Kuwait City, attribuendo a Teheran la responsabilità di una “grave escalation”. Dietro l’atto formale cova un malessere più profondo. Gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo sono sempre più insofferenti verso una crisi che danneggia i loro interessi economici.
Parla Khamenei
In Iran, intanto, la leadership sta rafforzando la narrativa della resistenza. La Guida suprema Mojtaba Khamenei ha parlato di una “strategia cieca del nemico” volta a creare divisione e distruzione, mentre Ali Bagheri Kani ha rivendicato come “diritto legittimo” lo sblocco degli asset iraniani congelati negli Stati Uniti.
I raid israeliani in Libano
A completare un quadro già incandescente, si aggiunge la crescente intensità degli attacchi israeliani in Libano. Dopo l’ordine di evacuazione per 200.000 residenti del sud del Paese, l’aviazione israeliana ha colpito duramente Nabatieh, Sidone e Tiro, causando vittime civili, tra cui minorenni. Israele sostiene di aver preso di mira centri di comando di Hezbollah, ma la portata dei bombardamenti e il numero di sfollati indicano un’operazione che va ben oltre la risposta mirata.
La Spagna ha criticato apertamente Tel Aviv, definendo “inaccettabile” la dichiarazione del Libano meridionale come “zona di guerra” e ricordando che libanesi e palestinesi hanno gli stessi diritti di Israele a vivere in pace e sicurezza. Sul fronte interno israeliano, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha invocato rappresaglie sproporzionate, come “distruggere dieci edifici per ogni drone”, alimentando un clima d’odio che rende difficile una de-escalation.
La preoccupazione dell’Unifil
La missione di pace delle Nazioni Unite nel Libano si è dichiarata “profondamente preoccupata” per i bombardamenti israeliani nel sud del Paese. “Il conflitto in corso sta causando morti, feriti e distruzioni diffuse”, si legge in una nota dell’Unifil. La situazione “sta ulteriormente minando la stabilità nell’area”.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, nel corso di una conferenza da un insediamento israeliano nella Cisgiordania occupata, ha detto di aver ordinato alle forze armate di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza, in contrasto con quanto previsto dagli accordi di cessate il fuoco in vigore dallo scorso ottobre.