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Politica

​La roulette russa del ballottaggio. La destra rischia grosso senza ragione

di Alessandro Scipioni -

Il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci durante la seconda giornata della Costituente Nazionale di Futuro Nazionale all'Auditorium della Conciliazione, Roma, 14 giugno 2026. ANSA/FABIO CIMAGLIA


​Esiste una curiosa simmetria, un cortocircuito politico che attraversa i confini nazionali per svelare l’intimo disagio di una coalizione in perenne e irrisolta metamorfosi. Da un lato, i detentori della purezza sovranista d’Europa, da Ulrich Siegmund in Sassonia a Marine Le Pen, passando per i nostalgici di Zemmour, guardano a Giorgia Meloni con il sospetto riservato agli apostati. Per aver scelto l’atlantismo, l’alleanza europea, il sostegno irriducibile all’Ucraina (speriamo duri poco) e la gestione istituzionale dei flussi migratori.

 Ai loro occhi, la premier italiana ha tradito il verbo radicale per accedere alle stanze ovattate del potere continentale, sterilizzando la rabbia in cambio della longevità.

​Dall’altro lato, dentro i confini domestici, lo stesso identico terrore della radicalità, o meglio, della sua forza d’attrazione, agita le notti della maggioranza. L’ascesa di

Roberto Vannacci e del suo neonato movimento Futuro Nazionale ha aperto una faglia nel corpo del centrodestra. Forza Italia invoca disperatamente il ballottaggio con la soglia al quaranta per cento, assecondando le ansie dei salotti moderati e dei senatori devoti alla causa per neutralizzare l’ex generale.

La Lega, aggrappata ai resti di un consenso che evapora, si oppone con le unghie per non morire soffocata da una legge che legittimerebbe l’avanzata della nuova destra. E Fratelli d’Italia galleggia in un silenzio tattico, consapevole che la mossa suggerita da Marcello Pera, lungi dall’essere un colpo di genio strategico, somiglia maledettamente a un salto nel buio.

Vannacci, l’errore di prospettiva del centrodestra sul ballottaggio

Qui si consuma l’errore di prospettiva che tradisce una totale miopia rispetto alla realtà del Paese reale. Pensare di imbrigliare il fenomeno Vannacci attraverso il doppio turno significa ignorare la natura ontologica del campo avversario. Il centrosinistra e l’intero arco radicale, dai dem più ortodossi al più sgangherato dei pentastellati fino ai nostalgici del renzismo, possiedono un cemento formidabile, un propellente infallibile che azzera le distanze programmatiche. Questo collante è l’odio viscerale e convergente verso l’avversario.

Al ballottaggio, la sinistra mobiliterà le folle financo con le carriole pur di sbarrare la strada al nemico comune. Per converso, l’elettorato del centrodestra, per sua stessa natura più fluido, complesso, refrattario alle ideologie totalizzanti e orientato storicamente sui temi concreti piuttosto che sulla liturgia dell’anatema, nonché maggioritario ma frammentatissimo, non si muoverà in massa per una sintesi imposta dall’alto. Il ballottaggio, d’altronde, è storicamente la bestia nera del centrodestra proprio per questa asimmetria genetica.

​La tesi lucida e spietata avanzata da Futuro nazionale coglie nel segno

Abbattere la paura del primo turno significa liberare Vannacci dal ricatto del voto utile, consentendogli di massimizzare il bottino elettorale in piena libertà. Ma quando si spalancano le porte del secondo turno senza la possibilità di apparentamenti strutturati, capiterebbe esattamente come accade da quattordici anni ai gollisti francesi sistematicamente esclusi dalla corsa per l’Eliseo.

Il rischio di ripetere l’esclusione dei gollisti francesi

Al Generale una volta fatto il pieno al primo turno ed esclusi dal secondo, che interesse avrebbe a mobilitare il suo elettorato per aiutare chi vuole relegarlo ai margini? A quel punto per paradosso la vittoria della sinistra per le sue prospettive sarebbe il male minore. Avrebbe con un solo colpo dimostrato che la destra non può fare a meno di lui, e mandato all’opposizione un progetto governista di destra che punti ad escluderlo.

La destra moderata si ritroverebbe strangolata tra l’incudine di un elettorato che non accetta diktat e il martello di una sinistra feroce e coesa.

A ciò si aggiunga un altro, dirimente fattore di vulnerabilità; Vannacci non sparirà per incanto dal corpo vivo del Paese. Esistono le regioni, esistono i comuni, e se non si costruiscono tempestivamente le basi per concepire un’alleanza strutturata, ci si troverà nella drammatica situazione di perdere intere roccaforti territoriali a causa della sua corsa autonoma, incrinando irrimediabilmente anche la possibilità di una leale collaborazione nei ballottaggi delle amministrative.

Vannacci, la maturità che serve al centrodestra

Il centrodestra deve dimostrarsi maturo, riflessivo e spregiudicato, muovendosi con la stessa lucidità cinica del centrosinistra, ben conscio che il proprio elettorato non si mobilita facilmente per l’odio, mentre quello avversario sì.

​La verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare nei vertici di maggioranza è che la paura di dialogare con i fantasmi del proprio radicalismo finisce per consegnare le chiavi della Repubblica agli avversari. Una resa incondizionata al programma di Vannacci è ovviamente impensabile, ma lo è altrettanto la chiusura settaria e timorosa. In politica si parla. I veri politici sono uomini di mediazione.

Giorgia Meloni ha dimostrato di poter sopravvivere e governare dando stabilità al Paese; ora, per non soccombere alle proprie stesse paure, la destra deve trovare la forza sovrumana di andare oltre se stessa, allargando i propri confini senza rifugiarsi in ingegnerie elettorali che odorano di suicidio.

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