Oh, Canada: il premier Mark Carney vola in Cina a vendere petrolio e Pechino dando così un (grosso) dispiacere a Donald Trump. Già, perché al centro del summit previsto tra il leader canadese e la Cina ci sarà (anche) il futuro del petrolio. Il Canada ha una forte produzione di materie prime energetiche eppure ha un problema. Deve diversificare, perché addirittura il 70 per cento del commercio estero del Paese della Foglia d’Acero “dipende” dai cugini a stelle e strisce. E perché Ottawa non si può più permettere, con le bizze annessionistiche della Casa Bianca, di dirottare, come avvenuto nel 2023, addirittura il 93% dell’intera produzione di petrolio agli Stati Uniti. Carney, che della sfida a Trump ha fatto il suo marchio di fabbrica, lo ha detto a chiare lettere: “Stiamo costruendo nuove partnership globali per rendere la nostra economia più resiliente agli choc”.
Altro che dispetti, cosa c’è dietro il petrolio del Canada alla Cina
Non è che, però, si tratti di una questione di dispetti. Carney è un banchiere, mica un Trudeau qualsiasi. Bada al sodo. E valuta che l’America ha pure il petrolio venezuelano, che sarebbe molto simile per caratteristiche a quello prodotto nello Stato canadese dell’Alberta. Ciò potrebbe comportare dei rischi per le quotazioni e gli affari del Canada. L’unica è parlare con la Cina dato che in Europa, con la Ue che pure potrebbe sedersi al tavolo, non si muove foglia che Trump non voglia. È facile, dunque, immaginare una nuova bagarre. Che sarà giocata su un doppio binario. Quello pubblico, con meme e dichiarazioni forti. Quello più sotterraneo fatto di trattative per garantire al Canada la sostenibilità dei suoi affari. La missione a Pechino durerà diversi giorni. E staremo a vedere.