Dal Pd ancora fandonie sulla riforma della giustizia
Con l’entrata della campagna referendaria nella sua fase più calda, come previsto, si è inevitabilmente alzato il livello dello scontro politico. Nelle ultime settimane il confronto si è progressivamente spostato dal merito della riforma a una contrapposizione sempre più aspra tra maggioranza e opposizione. Con toni che rischiano di oscurare i contenuti reali delle nuove norme. E neanche il tentativo del Presidente della Repubblica di porre un freno a questa deriva, che ha visto pienamente coinvolta nello scontro anche la magistratura, ha centrato pienamente l’obiettivo. Dopo l’intervento del Capo dello Stato c’è certamente stata più pacatezze e attenzione. Parole misurate, commenti soppesati e una maggiore delicatezza nel portare a segno gli attacchi. Ma lo scontro politico resta alto e chi si era illuso che l’intervento del Colle potesse riportare il dibattuto sui contenuti si è dovuto ben presto ricredere.
I toni si abbassano ma lo scontro resta forte
Complici i nuovi provvedimenti giudiziari a favore di Sea Watch, la maggioranza non si è sottratta dall’attaccare ancora una volta quei magistrati accusati di fare “un uso politico della giustizia”. L’opposizione non è rimasta certamente a guardare e non si è limitata a stigmatizzare l’atteggiamento degli avversari. Ha sfruttato l’occasione per denunciare un tentativo delegittimazione del potere giudiziario da parte dei partiti di governo. La segreteria del Pd ha messo sotto accusa direttamente i profili social di Fratelli d’Italia. Per Elly Schlein le critiche in rete ad alcuni magistrati da parte del partito di Giorgia Meloni sarebbero la conferma dell’intento del governo di voler, attraverso la riforma, assoggettare il potere giudiziario a quello politico. Insomma, un refrain al quale siamo più che abituati, che viene costantemente ripetuto, ma che non per questo corrisponde al vero. Ciò pone un tema di correttezza nei confronti degli elettori.
Il tentativo di creare un clima di allarme
Perché far passare un simile messaggio, quando nulla viene modificato dalla riforma per quanto riguarda l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, serve solo ad alimentare un clima di allarme. E, di conseguenza, lo scontro. Il tutto in nome di una strategia comunicativa che punta più alla mobilitazione emotiva che al chiarimento dei contenuti. Questo approccio, oltre a essere discutibile sul piano della correttezza, rivela anche la difficoltà di una parte dell’opposizione nel trovare una linea unitaria e solida. In particolare in casa Pd, dove le parole della segretaria e i contenuti della campagna referendaria sono tutt’altro che condivisi. I dem, infatti, appaiono divisi su un duplice fronte.
Le divisioni nel Pd sulla campagna referendaria
Da un lato c’è il nodo sostanziale: votare a favore o contro il referendum. Le diverse anime del partito hanno sensibilità differenti sul tema della separazione delle carriere. Dall’altro lato si discute delle modalità della campagna referendaria. L’area riformista guarda con crescente perplessità a una comunicazione giudicata troppo aggressiva e, a tratti, menzognera, ritenendo che una battaglia politica debba essere condotta sui contenuti, non sulle caricature. Una frattura che riguarda l’identità stessa del partito e il suo rapporto con il garantismo e con la tradizione riformista del centrosinistra. Ma al di la dei problemi interni al Pd, va constatato che se contestare è lecito, e anzi necessario in una democrazia viva, imbrogliare non fa bene. La qualità del confronto pubblico si misura sulla capacità di presentare argomenti, non di evocare spauracchi. E su questo terreno si gioca la credibilità di chi ambisce a governare o a tornare a farlo.
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