Doccia fredda dell'Istat, il rapporto deficit/Pil al 3,1%. Troppo. Giorgetti non si arrende: "Colpa del Superbonus"
Il sogno di rientrare nel Patto di Stabilità può essere già finito. E sarebbe una beffa crudele. L’Istat ha dato (brutte) notizie sui temi macroeconomici del Paese. C’è un parametro che non torna, no. E che lascia aperto il discorso principale, la madre di tutte le battaglie del Mef targato Giorgetti. Stando agli analisti dell’Istituto nazionale di statistica, l’Italia ciccherebbe per un soffio il raggiungimento del parametro imposto dall’Ue sui rapporti tra deficit e Pil. A Bruxelles serve non superare la soglia limite del 3%. L’Italia, secondo i conti pubblicati dall’Istat, si attesterebbe a un beffardo 3,1%. “Sono dati provvisori”, s’è affannato a commentare il ministro Giancarlo Giorgetti. Che non ci sta, proprio no, a vedere sfumare un lavoro lungo e meticoloso ma soprattutto paziente.
Patto di Stabilità, l’Istat esorcizza il sogno?
Un impegno che il ministro ha portato avanti mettendoci praticamente tutto, la testa e soprattutto il fegato. La testa per ovviare al problemone della solita coperta corta. Poche risorse, ancora meno per le ambizioni Ue, e i bisogni di un Paese sbranato dal carovita e dall’impennata dei prezzi, a cominciare dall’energia e naturalmente proseguendo con il carrello della spesa. Il fegato, per sostenere il profluvio di critiche, asperrime, piovutegli prima, durante (e pure dopo) la redazione del documento programmatico di bilancio. Una manovra che a Giorgetti è costata accuse dolorosissime. Di fare troppo poco per i cittadini e di tagliare come e peggio di un governo tecnico qualsiasi. Qualche bonus qua e là spostando il successo della manovra dalle tasche degli italiani ai registri contabili di Bruxelles. Il rientro nel Patto di Stabilità non è così sicuro.
Una scommessa da cui dipende tanto (a cominciare dalla politica)
Una scommessa prima politica, poi economica. Su cui c’è tutto. E il suo contrario. C’è, per esempio, la pressione fiscale che per l’Istat continua a salire. Si attesta oggi al 43,1%, in netto aumento (+0,7%) rispetto al 2024 quando s’era attestata al 42,4%. Ciò è accaduto, hanno affermato gli analisti, per “effetto di una crescita delle entrate fiscali e contributive (+4,2%) superiore a quella del Pil a prezzi correnti (+2,5%)”. Il Paese non cresce più di tanto, le tasse invece non le ferma più nessuno. Eccola, è tutta qui la grande scommessa di Giorgetti. Certe scelte non sembrerebbero nel pedigree di un governo di centrodestra. Ma la posta in gioco era sembrata ghiotta: uscire dalla procedura di infrazione sul deficit, rafforzando così l’immagine di solidità di un Paese che, a furia di continue promozioni da parte delle agenzie di rating e di un netto calo dello spread, era tornato a coltivare ambizioni di grandeur. Magari sulla pelle (esausta) dei cuginastri francesi. Che, del resto, pure loro sono alle prese coi rigori derivanti dallo sforamento del Patto di Stabilità.
Giorgetti non si arrende
Il commento del ministro Giorgetti, però, non è di quelli di chi sembra essersi già arreso. “È un dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue. Cercheremo di capire le valutazioni Istat”, ha affermato il capo del Mef. Ma una spiegazione, a viale XX Settembre, già se la son data: “Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi”. Parole, queste del titolare del dicastero all’Economia e Finanze, che hanno fatto esplodere, letteralmente, il dibattito politico. Con il M5s a sparare a palle incatenate contro il governo. Ma mentre a Roma, al solito, ci si divideva tra i guelfi e i ghibellini dei bonus edilizi, a Bruxelles c’era già chi si stava fregando le mani.
Bruxelles si sfrega le mani
Con il solito e sussiegoso atteggiamento ragionieresco, la Commissione ha voluto far sapere, per il tramite del solito portavoce, di aver “preso atto della pubblicazione preliminare dei dati sul disavanzo e sul debito pubblico del 2025 (inclusi i dati rivisti per gli anni precedenti) da parte dell’Istituto nazionale di statistica (Istat)”. Numeri che ora “saranno ora trasmessi a Eurostat, che li valuterà e pubblicherà le statistiche convalidate sulla finanza pubblica il 22 aprile 2026”. Un modo nemmeno troppo elegante per dare la data degli scrutinii. “La Commissione valuterà la situazione del disavanzo dell’Italia nell’ambito del pacchetto di primavera del semestre europeo 2026, sulla base dei dati di consuntivo del 2025”. Insomma, a giugno si saprà se tutto quel lavoro matto e disperatissimo, tutti i sacrifici chiesti e imposti agli italiani, avranno o no sortito effetti. Le date ballano, un po’ come una volta accadeva a scuola. Le previsioni economiche aggiornate saranno pubblicate dalla Commissione, a quanto pare, il 21 maggio prossimo. Ma, forse, sarà il 3 giugno il giorno dei giorni, quando cioè sarà presentato l’ormai attesissimo pagellone che solo la poetica burocratica made in Europe poteva definire come Pacchetto di Primavera. Lì saranno contenute le raccomandazioni per l’uscita, o meno, dei Paesi membri dal patto di Stabilità. Non centrare la promozione adesso, mentre si iniziano a intravedere le urne e proprio ciccando il più importante tema che il centrodestra avrebbe portato all’attenzione degli elettori, sarebbe davvero una beffa crudele.