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Ambiente

La Sovranità del Fango: Strategia e Geopolitica della Materia Organica

di Redazione L'Identità -


di Giovanni Battista Raggi

«L’abbondanza di risorse è la radice della forza di uno Stato». Questo precetto dell’Arthashastra, l’antico trattato indiano sulla politica, risuona oggi con una forza brutale mentre l’Occidente riscopre la propria vulnerabilità. In un mondo che lotta per il controllo di litio e terre rare, stiamo trascurando una risorsa critica che scorre silenziosa sotto le nostre città: i fanghi di depurazione.

Il mercato globale dei fertilizzanti è oggi un campo di battaglia geopolitico; all’inizio del 2026, i prezzi del fosfato biammonico (DAP) si attestano stabilmente sopra i 650 euro/tonnellata, spinti dalla decisione della Cina di prorogare il blocco delle esportazioni fino ad agosto 2026. Qui si applica il settimo dei Trentasei Stratagemmi: “Creare qualcosa dal nulla”.

Estrarre fosforo dai reflui non è solo gestione ambientale; è l’arte di disarmare la dipendenza estera senza scendere in campo. Se Pechino protegge il proprio mercato interno non solo per la sicurezza alimentare, ma per alimentare la sua egemonia nelle batterie Litio-Ferro-Fosfato (LFP), l’Europa deve rispondere con una visione industriale speculare.

​I dati dell’ultimo rapporto ISPRA confermano che l’Italia produce circa 3 milioni di tonnellate di fanghi l’anno. Oggi, quasi la metà di questa risorsa finisce ancora in smaltimento, disperdendo nutrienti preziosi proprio mentre il fosforo è blindato dal Critical Raw Materials Act dell’UE come materia prima strategica, con una dipendenza dall’import che supera il 90%. Non recuperarlo significa restare una colonia estrattiva. Ma la sfida è doppia: i fanghi sono anche un giacimento energetico capace di generare biometano, trasformando i depuratori da semplici filtri a vere centrali di sovranità energetica territoriale.

​La logistica, come scriveva Sun Tzu ne L’Arte della Guerra, è la linea che separa la vittoria dalla sconfitta. Trasformare i depuratori in Hub Bio-Industriali richiede una “logistica di ritorno” d’élite: infrastrutture intermodali e flotte dedicate capaci di connettere i centri urbani ai siti di raffinazione e ai distretti agricoli. Per non essere “vinti senza combattere”, occorre un’evoluzione normativa che superi lo stigma del rifiuto, creando un “Passaporto della Materia Organica” che ne garantisca la tracciabilità chimica. Dobbiamo investire in tecnologie di estrazione dalle ceneri, accorciando la filiera dei nutrienti e dell’energia. Come insegna il Guiguzi, il saggio sa “aprire e chiudere” i flussi per volgerli a proprio vantaggio. Aprire la porta al recupero dei fanghi significa chiudere quella della nostra insicurezza nazionale. È la nostra identità che torna a farsi risorsa.


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