DL Sicurezza e il confine tra protezione e libertà
Martedì scorso, sono scaduti in Senato i termini per gli emendamenti al DL Sicurezza n. 23/2026, che entra ora nel vivo del confronto politico, quello in cui il Parlamento dovrebbe misurarsi con il merito più che con le parole d’ordine. È qui che emergerà la differenza tra una democrazia capace di governare la sicurezza e una politica che la usa come scorciatoia. La posta in gioco è chiara, alcune misure sono necessarie, perché il rischio è reale e non propagandistico, proprio per questo occorre evitare che, nel nome della prevenzione, si alteri il confine tra protezione e libertà. In Italia la sicurezza torna al centro del dibattito nei momenti più difficili, quando esplode una crisi, quando le piazze si incendiano, quando l’escalation di fenomeni criminogeni trasforma la paura in linguaggio sociale e politico.
Allora arrivano nuove misure e vecchie polemiche, da una parte chi invoca più poteri e più prevenzione, dall’altra chi vede in ogni stretta un arretramento delle libertà. Discussione inevitabile, ma spesso mal posta. Perché la sicurezza non è né uno slogan permanente né un riflesso dell’emergenza. È una funzione essenziale dello Stato, non il contrario della libertà, ma la sua condizione di fruibilità. Nella lezione di Calamandrei, legalità e libertà si tengono insieme, ma senza sicurezza non c’è libertà reale, cresce la paura, si restringe lo spazio pubblico, si indebolisce la convivenza civile.
Il punto non è se lo Stato debba prevenire. Certo che deve. La questione è come prevenire, entro quali limiti e con quale cultura istituzionale. La prevenzione interviene prima del fatto, prima del reato, prima dell’esplosione del conflitto, per questo è uno degli strumenti più delicati dell’azione pubblica. Richiede prudenza, proporzione e legittimazione. Se questi elementi mancano, la prevenzione smette di essere tutela e diventa arbitrio. Qui si misura la qualità delle politiche di governo ma anche la concretezza dell’opposizione. Il contrasto al terrorismo internazionale, alle criminalità transnazionali, alle radicalizzazioni violente, alle cyber-minacce, alle violenze urbane diffuse e al preoccupante crescente antisemitismo, che incide sulla vita delle nostre comunità ebraiche. Uno Stato serio non rinuncia a prevenire. Ma proprio perché il rischio esiste davvero, non lo si affronta con retorica o con l’enfasi muscolare del momento.
La tradizione migliore della Polizia di Stato, letta attraverso gli interventi dei suoi Capi, offre indicazioni più solide del confuso frastuono della politica o delle criticità che ciclicamente possono emergere. Gianni De Gennaro richiamava la tenuta democratica dell’istituzione, la sicurezza deve restare dentro il perimetro della trasparenza, della legalità, dell’autocontrollo. Antonio Manganelli parlava di gestione civica della sicurezza, ricordando che non si esaurisce nella repressione ma riguarda la qualità della convivenza e il diritto dei cittadini a non vivere nella paura. Franco Gabrielli, primo Capo della Polizia figlio della riforma del 1981 che smilitarizzò il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza trasformandolo nella Polizia di Stato a ordinamento civile, ha ricordato una verità semplice, la fiducia dei cittadini non è un trofeo da esibire, va meritata ogni giorno.
Tre Direttori Generali della Pubblica Sicurezza e Capi della Polizia, tre accenti diversi, una sola linea di fondo, la forza dello Stato democratico non sta nell’eccesso nell’uso del potere, ma nella qualità con cui lo esercita. Un terreno delicato e complesso, su cui donne e uomini delle forze di polizia svolgono un ruolo decisivo, ragione per cui vanno tutelate e non demonizzate. Non solo perché sono il primo presidio per il rispetto della legge, ma perché incarnano, nel punto più esposto del rapporto tra cittadino e potere, la qualità della nostra democrazia e della sensibilità civile del suo sistema politico e di governo.
La sicurezza, dunque, non dipende solo dalle norme ma dalla cultura con cui vengono applicate, misura, formazione del personale, coordinamento tra le forze di polizia, capacità di distinguere tra fermezza necessaria e rigidità inutile. Il rischio più insidioso è trasformare la prevenzione in una pedagogia del sospetto, e se accade, il cittadino non si sente più protetto, si sente osservato, classificato, limitato. E uno Stato che produce questa percezione incrina la fiducia che dovrebbe custodire. Come accaduto alla nostra giustizia, lo scontro referendario ne è la rappresentazione plastica.
La questione, allora, è semplice ma solo in apparenza, non quanta sicurezza vogliamo, ma quale sicurezza. Se retorica della paura, avremo più propaganda che protezione. Se scorciatoia politica, più consenso gridato che sicurezza reale. Se invece la intendiamo come bene pubblico e infrastruttura civile della democrazia, fondata su legalità, misura e trasparenza, coordinamento e fiducia, allora resterà ciò che deve essere, non il limite della libertà, ma la sua più difficile garanzia. Questo è il confine sottile che misura la maturità della nostra politica, proteggere senza umiliare, prevenire senza opprimere, esercitare autorità senza perdere umanità.
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