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Attualità

C’è un giudice a Los Angeles: Meta e Google nei guai

Fine dell'impunità per Big Tech: non solo minori, perché le major rischiano grosso

di Maria Graziosi -


Meta e Google. Rischiamo di trovarci all’alba di una nuova era. Almeno per quanto riguarda il digitale. Il più grande aiuto di Stato che gli Usa hanno elargito a Big Tech finisce in discussione. E ora una caterva di cause può travolgere i colossi digitali. Al punto che persino Bloomberg s’è arrischiata in un paragone al limite del drammatico: per i giganti del web, adesso, può finire come per le aziende del tabacco. A inguaiare Zuckerberg e Pichai è stato un tribunale di Los Angeles.

Meta e Google condannate a L.A.

Che ha messo nero su bianco il principio su cui decine e decine di famiglie e associazioni si stanno battendo. Instagram, che afferisce a Meta, e YouTube, controllata da Google, avrebbero contribuito a causare l’insorgere della depressione per un’adolescente americana. Entrambe le società, tuonano i giudici, si sono mostrate negligenti nella progettazione dei social network. Hanno creato infrastrutture digitali capaci di far insorgere dipendenza in chi le utilizza. Minori compresi. E, facendolo, non hanno avuto la buona creanza di avvisare la clientela. Il risarcimento riconosciuto alla querelante è, rispetto alle cifre su cui si muove il comparto tech americano, abbastanza basso: tre milioni di dollari. Molto inferiore rispetto ai 375 milioni che la sola Meta dovrà scucire allo Stato del New Mexico. Dove il gruppo di Zuckerberg è stato accusato di aver fuorviato gli utenti sulla sicurezza della piattaforma che, invece, avrebbe addirittura favorito lo sfruttamento sessuale di minorenni.

Perché la sentenza cambia tutto

La vicenda non è solo economica. Piuttosto è giuridica. Big Tech finisce nei guai perché, pure in America, sta finendo quella sorta di impunità di cui ha goduto finora. E sono proprio i legali di Meta e Google, adesso, a centrare il problema. Già, perché le aziende faranno ricorso invocando la Sezione 230 della Comunication Decency Act, quella legge che regola (anzi, non regola) il web in cui si afferma, tra le altre cose, che le piattaforme non possono essere considerate responsabili dei contenuti che vengono postati. Questo è lo schermo, vitale, che le società hanno utilizzato per crescere. A dismisura, a scapito (tra le altre cose) di chi postava contenuti online. A cominciare dagli editori. La vicenda, quindi, si preannuncia molto più “larga” di quanto non appaia a prima vista. E dà ragione, una volta tanto, alla derelitta Unione europea.

L’attivismo Ue sul web continua

Ieri da Bruxelles sono giunte ulteriori notizie importanti sul fronte della sicurezza online, specialmente quella legata ai minori. Rischiano grosso Snapchat, coinvolta anch’essa nella causa decisa dai giudici di Los Angeles (da cui s’è tirata fuori, con TikTok, addivenendo a un accordo stragiudiziale con le parti coinvolte) e i siti porno. Sulla scorta del Digital Services Act, l’Ue ha aperto un’inchiesta per verificare se protegge, davvero, i bambini. Il dubbio, uno dei tanti, riguarda i limiti d’età per l’utilizzo della piattaforma: il sistema afferma che ci vogliano almeno tredici anni, l’Ue teme che la verifica richiesta non sia sufficiente. Stessa cosa per i minori di 17 anni. E, per non farsi mancare nulla, la Commissione Ue teme che non ci sia nulla a ostacolare gli adulti che si fingano minori in rete per entrare in contatto con loro. Snapchat ha detto che collaborerà. Ma la Commissione Ue, a proposito di minori, minaccia di stangare pure la metà porno del web. Nel mirino ci sono Pornhub Stripchat, Xnxx e XVideos. O implementano misure di verifiche dell’età capaci di tutelare minori e privacy, oppure dovranno scucire fino al 6 per cento del loro fatturato.

Virkunnen e la difesa dei minori

Uno scatto, quello che arriva dall’Unione europea, che una volta tanto sembra solido e finalizzato a un obiettivo ampiamente condivisibile: “Nell’Ue, le piattaforme online hanno una responsabilità”, ha tuonato Henna Virkunnen, vicepresidente esecutiva per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia. Virkunnen ha aggiunto: “I bambini accedono a contenuti per adulti in età sempre più precoce e queste piattaforme devono adottare misure solide, efficaci e che tutelino la privacy, per impedire ai minori di utilizzare i propri servizi. Oggi, compiamo un’ulteriore azione per dare attuazione al DSA (Digital Security Act), garantendo che i bambini siano adeguatamente protetti online, come è loro diritto”. Se ne sono accorti persino in America. È l’ora di cambiare. E, forse, siamo davvero di fronte a un cambiamento epocale, all’alba di una nuova era digitale.


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