Clima e responsabilità, il diritto entra nella crisi
Per molto tempo il diritto ha osservato il cambiamento climatico come un fenomeno esterno al proprio perimetro. Oggi non è più così. Le aule giudiziarie stanno diventando uno dei luoghi in cui la crisi climatica viene misurata non soltanto come emergenza ambientale, ma come questione giuridica, quindi accertabile, valutabile, decidibile.
Le più recenti pronunce, in ambito europeo e nazionale, segnano un passaggio rilevante, il cambiamento climatico entra sempre più chiaramente nel campo della responsabilità giuridica. Il danno ambientale e climatico, così, non resta più sullo sfondo come fatto indistinto, ma può essere ricondotto a condotte, omissioni, ritardi. Il punto più delicato resta quello del nesso di causalità. Il diritto della responsabilità si è formato soprattutto su rapporti causali diretti e immediati, il clima, invece, si presenta come un fenomeno diffuso, cumulativo, distribuito nel tempo e nello spazio.
E qui si misura la sfida, la giurisprudenza più recente mostra, infatti, una crescente disponibilità a adattare gli strumenti classici dell’accertamento, valorizzando il contributo della scienza e criteri probabilistici. Non per indebolire la prova, ma per renderla adeguata alla complessità del reale.
Accanto alla responsabilità dei soggetti privati emerge poi quella degli Stati, chiamati a rispondere di politiche ambientali insufficienti, di ritardi nell’attuazione dei piani di riduzione delle emissioni, di inerzie rispetto agli impegni assunti sul piano internazionale.
In questo senso il diritto può diventare anche uno strumento di controllo democratico, capace di richiamare i poteri pubblici a una responsabilità che non è soltanto politica, ma anche giuridica. Le conseguenze di questa evoluzione non riguardano solo i tribunali. Cambia anche la percezione collettiva del problema, il clima smette di apparire come una fatalità globale e comincia a imporsi come questione di giustizia.
Non a caso sono soprattutto le generazioni più giovani a rivendicare il diritto a un ambiente salubre non come generica aspirazione etica, ma come posizione giuridica da tutelare. Su questo punto è attuale la lezione del filosofo Hans Jonas, occorre agire in modo che le conseguenze delle nostre azioni siano compatibili con la continuità della vita umana.
È un principio di responsabilità che oggi parla con forza anche al diritto. Le decisioni giudiziarie in materia ambientale stanno così producendo una trasformazione silenziosa ma profonda. Il tempo del diritto, tradizionalmente legato all’immediatezza del caso concreto, si misura sempre più con i tempi lunghi della crisi climatica. Per questo il clima è diventato un banco di prova per l’intero sistema giuridico. Costringe a ripensare categorie consolidate e a confrontarle con una realtà che sfida i confini tradizionali.
Non è ancora chiaro fino a che punto il diritto riuscirà a incidere davvero sulla crisi climatica. Ma una cosa appare evidente, non è più possibile considerarla una questione estranea al diritto. Nel momento in cui il clima entra nel giudizio, cessa di essere soltanto un problema naturale e diventa, a pieno titolo, una questione di responsabilità umana.
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