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Economia

Le dimissioni di Gabriele Gravina e la sfida di chi verrà

Tante idee ma pochi soldi e troppa burocrazia: la rivoluzione passa da qui

di Martino Tursi -


Tanto tuonò che piovve: e neppure il più tetragono dei dirigenti italiani, il signor Gabriele Gravina, ha resistito alla buriana di Zelica. Dopo un giorno e una notte, in cui è accaduto praticamente di tutto, il presidente della Figc ha deciso di rassegnare le sue dimissioni. Dopo le sue, a ruota, sono arrivate anche quelle di Gigi Buffon, già Ds della Nazionale. Lascerà a “chi verrà dopo” la “libertà di scegliere” con chi proseguire il percorso tracciato a Coverciano. Va da sé che Rino Gattuso non rimarrà sulla panchina degli azzurri. La parola d’ordine, dopo le tante che si sono sprecate in queste ore, è una sola: rivoluzione. Tutti la vogliono, tutti la sognano. Passa attraverso i volti dei pretendenti al soglio di via Allegri. Ci sono tutti: Giancarlo Abete, Giovanni Malagò. S’è fatto avanti pure il grande Gianni Rivera. A Gabriele Gravina resta in Renzo Ulivieri l’ultimo amico a rimpiangerne la decisione. Agli altri, evidentemente, non mancherà.

Gabriele Gravina, addio: sotto a chi tocca

Ora si diceva rivoluzione. Per farla non servono altro che i quattrini. Come se fosse facile trovarli. L’Italia è un Paese senza strutture. Mancano gli stadi, innanzitutto. L’età media degli impianti è di sessant’anni. E tra sei anni ospiteremo gli Europei insieme alla Turchia. È tempo degli investimenti. Almeno a parole, poi nella pratica toccherà, appunto, trovare il denaro. Allo stato attuale, solo in termini di infrastrutture, sono in piedi progetti per 5,1 miliardi di euro. Con forti interessi dei privati e pesanti polemiche sulla burocrazia. Sempre che, nel frattempo, la magistratura non ci mette il becco come è successo con la vendita dello stadio di San Siro a Milano. Il secondo punto sarà quello dei “modelli”.

Il carosello dei modelli

È l’ora di copiare l’esempio e qui, a piacimento, ognuno ci mette il Paese che vuole. C’è il modello norvegese, quello tedesco, quello spagnolo. Tutti, però, alla base hanno (forti) investimenti pubblici. E non è proprio il momento, sperando di essere smentiti, per il governo di distrarre fondi (già vincolati dal Patto di stabilità) verso settori importanti ma non proprio così capaci di trasmettere ritorni in termini di consenso elettorale. A chi verrà dopo Gravina toccherà fare davvero fatica. Non mancano le idee, si devono trovare i soldi. Chissà, magari perfezionando il decreto Crescita che tanti giovani virgulti stranieri a quattro soldi ha portato sui nostri campi. E, possibilmente, sfrondare le burocrazie federali che, lungi dal dar forza ai vivai italiani, hanno appesantito i club e ammazzato le serie minori.


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