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Nuovi schiavi: a Milano recuperato un miliardo

In Senato, l'illustrazione delle azioni messe in campo dalla magistratura meneghina

di Dave Hill Cirio -


Nuovi schiavi: un altro velo di ipocrisia sulla gestione della manodopera in Italia squarciato durante l’ultima audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro al Senato.

Manodopera, le azioni della magistratura sui casi dei “nuovi schiavi”

La Procura di Milano ha presentato il bilancio di una strategia giudiziaria che mette sotto accusa l’intero sistema di organizzazione del lavoro in comparti chiave dell’economia. Non solo irregolarità burocratiche, i magistrati definiscono uno “sfruttamento socialmente accettato e giuridicamente impunito”.

Il “sistema” sotto accusa

Il cuore delle indagini milanesi, su un modello di business strutturale applicato a settori come la logistica, la vigilanza, la grande distribuzione e il lusso. Il sistema si basa sull’utilizzo di “serbatoi di manodopera”: società cooperative o srl “apri e chiudi” che servono esclusivamente a fornire braccia a basso costo, evadendo Iva e contributi, per poi sparire nel nulla dopo pochi mesi.

Questo meccanismo permette ai grandi marchi di abbattere i costi del lavoro del 30-40%, rendendo lo sfruttamento una leva competitiva “accettata” dal mercato ma devastante per i diritti dei lavoratori.

I numeri: un miliardo recuperato

I dati presentati dai pm Paolo Storari e Marcello Viola delineano un impatto finanziario e sociale senza precedenti nel panorama giudiziario italiano. Una cifra enorme: 1,072 miliardi di euro, la somma recuperata a titolo di Iva evasa attraverso il carosello delle false fatturazioni tra serbatoi di manodopera e committenti.

Di 117 milioni di euro il totale dei contributi previdenziali omessi che le aziende sono state costrette a versare all’Inps.

Nel numero di 62mila lavoratori regolarizzati le posizioni occupazionali sottratte al precariato illecito e stabilizzate con contratti conformi alla legge.

in settori come la vigilanza privata, poi l’intervento ha forzato l’adeguamento di paghe giudicate “sotto la soglia di povertà”, portando aumenti che in certi casi hanno sfiorato il 40% per allinearsi ai minimi costituzionali.

Dalla sanzione alla “bonifica” aziendale

L’arma utilizzata dalla Procura per ribaltare il sistema è l’amministrazione giudiziaria. Invece di limitarsi a multe che le aziende considerano un semplice “costo d’impresa”, il Tribunale nomina un commissario per affiancare il management.

L’obiettivo, la bonifica del comparto. Le aziende vengono obbligate a internalizzare i lavoratori o a certificare ogni passaggio della filiera, trasformando il rischio penale in un percorso di emersione del lavoro nero.

La magistratura avverte però il Senato. Senza una riforma che colpisca la convenienza economica dello sfruttamento e che rafforzi i controlli ispettivi, il “metodo Milano” rimarrà una supplenza necessaria ma non sufficiente a sanare una piaga ormai sistemica.


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