Report scopre l’acqua calda e si perde nel consueto moralismo selettivo
C’è sempre una certa sinistra pronta a esultare. Basta una foto, un’ombra, un sorriso di troppo, e subito riparte la tromba del moralismo a senso unico. L’ultima invettiva arriva da Report, trasmissione che da anni campa della speranza di ‘smascherare’ Giorgia Meloni. Stavolta l’arma del delitto sarebbe un selfie del 2019: lei, sorridente, insieme a un soggetto oggi descritto come ‘referente del clan Senese’.
Ora, chiunque sia stato anche solo consigliere di condominio lo sa: alle feste, ai comizi, alle fiere, ti fermano tutti. Ti tirano per la giacca, ti infilano il telefono in faccia, scattano la foto e via. Dire di no significherebbe scatenare il linciaggio istantaneo: ‘Arrogante! Non saluta la gente!’. Dunque si sorride, si posa, si sopravvive. Ma per Report ogni selfie è un reato potenziale, ogni sorriso un atto di complicità mafiosa.
È la solita sceneggiatura: prima la musica drammatica, poi la voce impostata, infine la rivelazione da bar dello sport – la premier con l’uomo del clan -! Peccato che la foto risalga a quattro anni prima del suo incarico e che, all’epoca, la ‘connection criminale’ consistesse in un abbraccio di dieci secondi in mezzo alla folla. Ma non importa: serve il titolo, serve il frame.
La verità è che oggi chiunque abbia un ruolo pubblico è inevitabilmente fotografato con chiunque. È il prezzo della visibilità: il politico deve farsi mille selfie al giorno, e tra mille c’è sempre quello che, a posteriori, diventa ‘inopportuno’. È l’aritmetica della piazza, non la geometria del complotto.
E del resto, non è forse lo stesso meccanismo che porta anche la Conte (presunta fidanzata del ministro Piantedosi) – più nota per le sue foto patinate accanto a esponenti pubblici che per imprese professionali memorabili – a cercare l’inquadratura giusta, il tag giusto, il riflesso del potere nel proprio profilo Instagram? O la Boccia, che ha fa lo stesso, tessendo una lunga tela fino ad agguantare la sua preda? È la stessa liturgia un po’ per tutti chi è in cerca di popolarità anela a farsi vedere accanto ai potenti, a fotografarsi con ‘i grandi’ per salire un gradino nella gerarchia dell’apparire.
Il paradosso è che, mentre Report finge di scoprire l’acqua calda, la realtà gli scivola sotto il naso: i veri rapporti opachi oggi non si trovano nelle foto, ma nei favori reciproci, nei salotti trasversali dove si brinda alla ‘cultura della legalità’ mentre si scambiano biglietti e appalti.
Eppure il moralismo selettivo va di moda. Quando a sbagliare è la sinistra, si parla di ‘contesto’, di ‘non colpevolezza per osmosi’. Quando tocca alla Meloni, basta un frammento d’immagine per costruire la teoria del complotto. È il doppiopesismo da talk show, quello che non cerca verità ma narrazione.
In fondo, Report ha bisogno di mostri, e la sinistra ha bisogno di indignarsi: un matrimonio perfetto. Ma dietro la maschera investigativa resta l’ironia di fondo – oggi si grida allo scandalo per un selfie, domani si correrà a farsi un selfie con chiunque abbia un pacchetto di voti.
Perché è così che funziona l’Italia del 2026: il potere vive di immagine e l’immagine si nutre di ipocrisia. C’è chi usa le foto per costruire carriere, chi per distruggere avversari, e chi — come Report — per riempire la scaletta del lunedì di Pasquetta.
Intanto, la premier continua a governare, i clan continuano a farsi fotografare sperando in un like, e il pubblico commenta indignato tra un aperitivo e un hashtag. È la nuova moralità digitale: tutti santi nel feed, tutti peccatori negli archivi.
L’unico scandalo vero, a ben guardare, non è il selfie della Meloni. È che, da anni, una parte del giornalismo italiano continui a confondere l’inchiesta con la caricatura, la verità con l’audience e il giudizio con l’invidia.
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