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Esteri

I Democratici, l’Iran e la lezione scomoda di Obama

di Alessandro Scipioni -


Il teatrino della politica e il precedente di Guantanamo

C’è un detto che nella politica si avvera sempre: “A pensare male spesso ci si azzecca”.

La guerra con l’Iran, iniziata a fine febbraio 2026 con gli strike Usa-Israele e culminata nel blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale dipende ben il 20% del petrolio mondiale, ne è l’ennesima riprova.

I Democratici tuonano contro Trump.

Mozioni presentate in ogni ramo del Congresso, invocano l’impeachment o ricorso al XXV Emendamento, che consente la sospensione dalle funzioni ed il passaggio del potere al vice, dopo le minacce di Trump di cancellare un’intera civiltà.

Senatori come Chuck Schumer e deputati come Hakeem Jeffries chiedono a gran voce il ritorno del Congresso, ad un suo ruolo costituzionale effettivo nella politica estera.

Eppure, la leadership democratica li frena. Niente scontro frontale, priorità alle elezioni di medio termine.

Sembra che ci sia vera passione, ma si tratta di un teatrino. Dietro l’enfasi di facciata, c’è il cinismo della realpolitik .

Esattamente come Barack Obama con Guantanamo. Da candidato urlava ai quattro venti che era un errore morale e strategico. Prendeva l’impegno di chiuderla entro un anno dalla sua elezione.

All’inizio si avvia il copione. Firmò l’ordine esecutivo appena divenuto presidente.

Ma poi?

Nulla!

Si limitò a ridurre i detenuti. Ma la prigione restò aperta.

Perché?

In quel caso il Congresso, al tempo a maggioranza democratica, bloccò i trasferimenti sul suolo statunitense per paura di un boomerang elettorale.

 Il Pentagono e i servizi fecero muro. Obama, idealista ma sempre molto concreto, capì che aver assunto il potere gli imponeva un compromesso. Doveva guardare alla sicurezza nazionale, alle alleanze, e ai costi politici.

Condannò formalmente fino alla fine la base prigione, ma non la chiuse.

Cerchiobottismo?

No. Pragmatismo!

Ragion di Stato prevale se si governa.

Realpolitik americana tra interessi globali e ragion di Stato

Oggi i Democratici ripetono lo stesso copione, solo al contrario. Di principio sono contrari a questa war of choice, senza piano, costosa in vite ed in benzina. Ma la testa della leadership del partito, i centristi, gli strateghi elettorali , sa che fermare tutto domani creerebbe un vuoto.

Iran nucleare, Hezbollah e Houthi liberi, rotte petrolifere in mano a Cina e Russia, prezzi del greggio alle stelle che fanno male a tutti.

Il contenimento di Teheran è consenso bipartisan da decenni.

Obama firmò l’accordo sul nucleare iraniano, Trump lo stracciò, Biden lo resuscitò a metà. Nessuno vuole mollare il Golfo.

Qui non si tratta di essere favorevoli o contrari alla guerra, qui si tratta di capire come ragionano gli Stati Uniti. È utopico pensare che se ci fosse un Democratico mollerebbe la presa!

La Schlein e Conte si troverebbero solo davanti l’imbarazzo di dover condannare una guerra condotta da un presidente Democratico o di dover star zitti se al governo.

Gli interessi sono trasparenti.

Per quanto riguarda la geopolitica, per gli USA Israele equivale a stabilità mediorientale e deterrenza contro Pechino.

Per quanto riguarda quelli economici, il caos di Hormuz ha fatto schizzare i costi energetici,l’ inflazione e mercati globali. Le lobby che riforniscono la difesa e quelle petrolifere, stanno avendo importanti guadagni e sono molto influenti a Washington e non sono sostenute solo da esponenti repubblicani.

I Democratici usano la guerra per attaccare Trump su economia e incompetenza, ma calibrano bene i colpi. Non è nella tradizione dei democratici americani, tagliare le spese militari e l’intervento estero degli Stati Uniti.

Meglio risparmiare le munizioni per quando riprenderanno la Camera.

Non è viltà. È il sistema. La Costituzione divide i poteri, ma la realpolitik li riunisce.

I Democratici non sono ipocriti, sono prigionieri della stessa logica che imprigionò Obama a Guantánamo. Condannano, protestano, votano risoluzioni simboliche. Ma non spingono fino in fondo.

Perché, una volta al potere, anche loro sanno che chiudere una guerra ,o una prigione, è più facile a parole che nei fatti.

E quando una grande potenza ha un interesse, difficilmente molla la presa.

Chiunque sia al timone, il sistema non lo consente.

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