L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Hormuz e i BRICS, la sfida per il futuro dell’America

di Alessandro Scipioni -


Non è Trump l’esaltato. È il sistema americano che non può permettersi di perdere il controllo dello Stretto di Hormuz, dove transita il 25% del petrolio mondiale. La questione iraniana non è la follia di un presidente impazzito che si manifesta, ma il capitolo visibile di una partita molto più complessa. Lo scontro con la Cina per il dominio delle rotte, delle risorse e per ristabilire gli equilibri di forza nel mondo è in atto.

Pechino sta consolidando i BRICS proprio per questo. I cinesi vogliono creare uno spazio commerciale alternativo, con una moneta di scambio che sfidi il dollaro. L’Inghilterra, quando era padrona dei mari, aveva la sterlina a farla da padrona. Dopo Bretton Woods arrivò il dollaro che fu promosso a moneta di scambio internazionale.

Oggi quel ruolo è minacciato da un blocco che potrebbe relegare l’English-speaking world ad un ruolo secondario.

Non è retorica. Siamo davanti alla fine di un secolo di egemonia costruita su portaerei, alleanze e controllo dei choke points.

Per gli Stati Uniti l’Europa è ormai un fronte secondario.

L’Ucraina conta il giusto, il Mar Nero? È appena un golfo nel grande scacchiere.

La vera priorità è il Pacifico: Taiwan, le rotte energetiche, le isole contese.

La Cina non è la Russia. Non è il gerontocratico blocco sovietico che Kissinger separò con un colpo da maestro. È un avversario temibile per tradizione marinara, competitività industriale e ambizione strategica. Separarla dal resto del mondo è impossibile. Bisogna contenerla.

Ecco perché Venezuela, Groenlandia e Iran non sono mosse estemporanee di un leader impulsivo, sono pedine sulla stessa scacchiera. Controllo di rotte, di energia, di punti nevralgici. Gli Stati Uniti, talassocrazia per eccellenza, sanno che senza questi capisaldi la loro egemonia evapora in pochi anni.

L’Europa, invece, festeggia la sconfitta di Orbán e si impantana in un conflitto secondario senza rendersi conto della propria fragilità. Non controlla risorse energetiche proprie, non ha una flotta, non possiede un vero spazio commerciale autonomo che sappia rappresentare una proiezione della sua grandezza. Se trovasse nuove fonti energetiche nel mondo, non sarebbe in grado di difenderle.

È diventata ininfluente. Assolutamente dipendente da Washington.

Senza controllo diretto delle energie e delle rotte, l’Europa è quasi trascurabile.

Trump lo ha capito prima degli altri. O forse lo ha solo detto a alta voce. Il resto è teatro. La vera guerra è già in corso, silenziosa, ma ci si scontra sugli oceani.

Si vince controllando i mari. E chi li controlla, opziona il futuro.

Leggi anche: Stretto di Hormuz: iniziato il blocco voluto da Trump


Torna alle notizie in home