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Costume

I borghi italiani privi di culle: oltre 340 comuni senza nascite

di Priscilla Rucco -


Un inverno lungo quindici anni

I dati Istat 2023 mostrano un Paese che ha smesso di far nascere bambini. In quell’anno ben preciso sono venuti al mondo circa 379 mila neonati, l’ennesimo minimo storico da quando la serie negativa è iniziata nel lontano 2013. Rispetto al 2022 il calo ammonta a 14 mila nati, il 3,6% in meno. Il confronto con il 2008 rivela, però, la portata reale della crisi: quindici anni fa si superavano i 576mila nati, e da allora il Paese ha accumulato una perdita di quasi 197 mila nascite all’anno, più di un terzo del totale. Un declino rapido che ha abbassato il tasso di natalità dall’allora 9,7 all’attuale 6,4 nati ogni mille abitanti.

Il 2024 ha segnato un ulteriore calo: le nascite sono scese a poco meno di 370 mila, e il numero medio di figli per donna ha toccato il nuovo minimo storico di 1,18. I dati provvisori del 2025 non permettono di intravedere inversioni: nei primi sette mesi le nascite sono ulteriormente calate di un ulteriore 6,3%.

Denatalità: i borghi senza risate dei bambini

Dentro questi dati si cela però una crisi ancor più silenziosa e dannosa: quella dei piccoli comuni, soprattutto montani e collinari, dove la denatalità non si limita ad essere soltanto una statistica, ma la sentenza di una estinzione lenta di intere comunità. Secondo le stime elaborate su dati Istat, nel 2023 oltre 340 comuni italiani – su quasi 7.900 totali – non hanno registrato nemmeno una nascita.

Nel 2019 erano già 328: in quattro anni il fenomeno si è allargato a macchia d’olio, confermando una progressione che gli incentivi pubblici non hanno ancora saputo invertire.

Il primato del Piemonte

A fine 2023 ben 34 comuni della regione Piemonte non contavano bambini con meno di tre anni, il numero più alto tra tutte le regioni italiane. Già nel 2022 circa 125 comuni piemontesi non avevano registrato alcuna nascita nell’intero anno. Alcuni come Serole in provincia di Asti, Malvicino nell’Alessandrino, Marmora nel Cuneese e Cervatto nel Vercellese non vedevano nuovi nati da oltre otto anni: una siccità demografica che racconta una storia passata di bambini che stanno diventando nuovi adulti, senza alcun cambio generazionale.

Ad esempio Olivola, paesino di 108 anime nel cuore del Monferrato, è uno dei casi più emblematici: non si registravano nascite da tre anni. In paese vivono appena due bambini sotto i dieci anni in un borgo che vent’anni fa superava i 130 residenti.

Noasca, nel Canavese torinese, non vede un nato dal 2015: in poco più di due decenni la sua popolazione è crollata da 202 a 108 abitanti. È il risultato che i demografi chiamano “trappola demografica”: meno giovani generano meno nascite, che riducono i giovani futuri, in un avvitamento difficile da spezzare senza interventi esterni.

Lo spopolamento

In questi luoghi la denatalità è prima di tutto effetto e poi concausa. Le scuole chiudono per mancanza di alunni; i medici di base faticano a essere reperiti ed assegnati; i servizi migrano verso i centri che possano offrire maggiori servizi e comodità.

L’isolamento geografico scoraggia le giovani coppie dall’insediarsi nei borghi e nei paesi troppo piccoli, e chi nasce in questi luoghi spesso si trasferisce per lavoro o studio, raramente tornando e mettendo su famiglia.

Denatalità: un problema dell’Italia intera

Sarebbe riduttivo limitare la crisi alle sole comunità montane. La denatalità italiana affonda radici in fattori decisamente strutturali: l’età crescente delle madri al primo figlio – 31,7 anni nel 2023, contro i 28 del 1995, fino a toccare i 40 anni degli ultimi anni – la precarietà occupazionale, i costi abitativi elevati, la carenza di asili e nidi nelle aree interne. Nel 2024 il Mezzogiorno, tradizionalmente più fertile, ha segnato il calo più marcato per i nati di primo ordine: -4,3%.

La Sardegna, con 0,91 figli per donna, detiene il primato negativo nazionale di fecondità, mentre la Provincia autonoma di Bolzano resta l’unica eccezione positiva con 1,51 figli per donna.

Come fare?

Le risorse mobilitate fin qui – dall’assegno unico ai fondi Pnrr per gli asili nido, dagli incentivi fiscali per chi si trasferisce nei piccoli paesi alle cooperative di comunità – non hanno ancora invertito la tendenza. Secondo l’Uncem, occorre agire su più fronti in modo coordinato: servizi di prossimità, connettività digitale, trasporti adeguati, e politiche che rendano davvero praticabile scegliere di crescere una famiglia lontano dai grandi centri.

La ripopolazione dei piccoli centri e la denatalità sono ardue sfide delle attuali generazioni che riguardano l’intera nazione, non soltanto le valli dove il silenzio è ormai la colonna sonora di troppe stagioni.


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