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Sicurezza

Sicurezza, Tiani (SIAP): “Sistema debole nel controllo fisico del territorio”

di Eleonora Ciaffoloni -


Nella notte tra il 17 e il 18 aprile una banda armata irrompe nella villa del senatore Alberto Filippi, per una rapina dai risvolti violenti. Non un episodio isolato, ma che riapre interrogativi sulla sicurezza. Ne abbiamo parlato con il Segretario Generale del SIAP (Sindacato Italiano Appartenenti Polizia) Giuseppe Tiani.

“È inquietante quello che è successo nella villa di Arcugnano: perché non si parla solo di rapina, ma di sequestro di persona del senatore Alberto Filippi e della sua famiglia. Inquietante perché stanno emergendo degli aspetti che il SIAP, e io personalmente, denunciamo da anni: l’aver depotenziato il controllo del territorio per via della mancanza di uomini. Questo problema arriva da lontano, non riguarda questo questo governo”.

“Negli anni progressivamente c’è stata una riduzione degli organici: la polizia è sotto di circa 11.300 unità, e anche carabinieri vivono una situazione simile. C’è stato anche un errore strategico dovuto alla mancanza di risorse, quindi di denaro e di uomini con le pattuglie ridotte per recuperare personale. Inoltre, si è diffusa una narrazione secondo cui i sistemi di videosorveglianza potessero sostituire il controllo del territorio, ma non è possibile. Le telecamere non possono intervenire su un ladro in fuga o aiutare una persona in difficoltà. Quello che emerg è una debolezza nel controllo fisico del territorio”.

Quali difficoltà incontrano le forze dell’ordine?

“La difficoltà principale è che spesso non si riesce ad arrivare dove si dovrebbe, proprio per mancanza di uomini e mezzi. Quando si riduce il numero di pattuglie nei quadranti assegnati, c’è sempre una parte di territorio scoperta. Ad esempio, in una grande città come Milano, se una pattuglia è impegnata in un quadrante e accade qualcosa in un altro, la macchina arriverà tardi e il danno sarà già consumato. Inoltre non sapremo mai quanti reati non vengono commessi grazie alla presenza visibile delle pattuglie: la prevenzione funziona proprio così. Se i criminali vedono le auto di polizia o carabinieri, sono dissuasi, altrimenti sono agevolati. Questo non significa militarizzare il territorio, ma garantire una presenza preventiva, democratica e trasparente”.

I cittadini percepiscono un aumento dell’insicurezza?

“Assolutamente sì. Tutte le rilevazioni demoscopiche lo confermano. Non si parla di un aumento dei reati, ma di aumento della percezione di insicurezza. Questo accade perché sono diminuiti i presidi. Anche se i dati del Viminale indicano una diminuzione dei reati, come detto, il cittadino vede meno pattuglie e si sente meno protetto. Ci sono, poi, problemi anche nelle aree costiere o nei luoghi della movida, dove la polizia locale spesso non copre tutte le fasce orarie. Inoltre, quando un cittadino chiama il 112 e la pattuglia arriva dopo mezz’ora, il danno è avvenuto. E questo genera una sensazione di abbandono”.

Oltre alle risorse, ci sono mancanze dal punto di vista legislativo?

“Sì, il tema principale è la certezza della pena in particolare per i reati predatori. I nuovi reati sono importanti, ma sono una panacea: bisogna aumentare le pene. Se queste sono basse, non è possibile applicare misure come l’arresto. Perché il magistrato applica la legge: se la pena edittale è bassa, non può tenere una persona in carcere. E poi, se aumentano i reati ma gli uomini restano gli stessi, il sistema non regge. E assumere personale richiede tempo: concorsi, formazione, preparazione”.

Quali i passi da fare nel breve e nel lungo periodo?

“Nel breve periodo bisogna accelerare il potenziamento degli organici, anche utilizzando strutture esterne per la formazione. I fondi per i concorsi ci sono, il limite è la capacità di formazione: oggi si riescono a formare circa 3.200 poliziotti l’anno, ma ci sono anche i pensionamenti. Potrebbe andar bene, tra le altre, la norma che si sta discutendo di calibrare il turnover, assumendo più persone di quelle che vanno in pensione. Per quanto riguarda i nuovi reati, vanno bene se rispondono a nuove forme di criminalità, ma senza certezza della pena non servono. Di pari passo: ci risulta che anche il sistema carcerario è al collasso e anche qui è necessario avere una politica penitenziaria adeguata. Perché non basta arrestare, visto che poi i detenuti devono scontare la pena. Le due questioni si devono muovere insieme: certezza della pena e potenziamento di organici. Infine, sull’immigrazione, bisogna agire su due fronti: integrazione e respingimenti. Non basta la repressione. Bisogna prendere atto di una società che sta diventando sempre più multietnica, multireligiosa, multiculturale e per questo si deve agire sui livelli di formazione delle nuove forze di polizia. Perché la società muta e così fanno i fenomeni criminogeni. Infine, serve investire per compensare la carenza di organico, anche pagando gli straordinari, che oggi vengono saldati con 24 mesi di ritardo, creando stress nel personale. Le priorità restano: controllo del territorio, certezza della pena e formazione”.


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