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Politica

Il Gran Rifiuto del Picconatore: l’ultima lezione di Francesco Cossiga

28 aprile 1992: Francesco Cossiga lascia il Quirinale. Un ritratto del "Picconatore" tra crisi dei partiti, caso Gladio e lo scontro storico con la magistratura

di Anna Tortora -


28 Aprile 1992. Mentre le ultime luci del tramonto si allungano sul Quirinale, un uomo esce di scena, ma non in silenzio. Francesco Cossiga rassegna le sue dimissioni effettive, trasformando un atto burocratico nell’ultimo, disperato fendente sferrato a un sistema che sentiva prossimo al collasso. Non è un addio, è una profezia.
Se l’annuncio del 25 aprile era stato il tuono, oggi è il momento del fulmine. Il “Presidente del silenzio”, l’uomo che per cinque anni aveva abitato il Colle con la discrezione di un monaco certosino, se ne va dopo due anni di “picconate” che hanno lasciato macerie fumanti nei corridoi della politica e, soprattutto, nei palazzi della giustizia.

Il nodo scorsoio della Giustizia

Il cuore pulsante della rottura cossighiana non è stato solo il crollo del Muro o l’ombra di Gladio, ma il rapporto, ormai incestuoso e degenerato, tra lo Stato e la sua Magistratura. Cossiga, giurista finissimo e interprete rigoroso della Carta, aveva intuito prima di chiunque altro la metamorfosi del magistrato in attore politico.
Egli vedeva nel Consiglio Superiore della Magistratura non più un organo di garanzia, ma una “terza camera” non eletta, capace di condizionare l’indirizzo del Paese. La sua minaccia di inviare i Carabinieri a Palazzo dei Marescialli non fu il gesto di un folle, come i suoi detrattori amarono dipingerlo, ma l’estremo tentativo di un Capo dello Stato di riaffermare il primato della politica sulla “togocrazia”.

L’isolamento di un visionario

Cossiga si dimette perché è rimasto solo. La sua Democrazia Cristiana, spaventata dalla veemenza del suo messaggio, lo ha lasciato esposto al fuoco incrociato del PDS e della magistratura associata. In questo 28 aprile, il Presidente percepisce distintamente l’odore di bruciato di una Repubblica che sta per essere travolta dal ciclone di Mani Pulite.
Egli sapeva che, senza una riforma profonda della giustizia e dell’architettura costituzionale, l’Italia sarebbe finita in un vicolo cieco. Le sue dimissioni sono il gesto “onesto” di chi non vuole essere il notaio di un’agonia, ma il testimone di un’epoca che muore.

L’eredità delle macerie

Oggi, nel momento in cui Francesco Cossiga lascia lo studio alla Vetrata, la sensazione è quella di un vuoto incolmabile. Non se ne va solo un Presidente, ma l’ultimo difensore di una sovranità politica che da domani sarà processata nelle aule di tribunale prima ancora che nelle urne.
Il Picconatore ripone i suoi attrezzi. Restano i buchi nei muri di un sistema che ha preferito ignorare i suoi avvertimenti. La storia, forse, gli restituirà la ragione che la cronaca di questi giorni concitati gli nega con ferocia. Ma per ora, resta solo il silenzio di un Quirinale che non è mai stato così nudo. Quel silenzio, tuttavia, porta con sé l’eco di una domanda che tormenterà i posteri: abbiamo assistito all’uscita di scena di un uomo stanco o all’ultimo ammainabandiera della politica davanti al potere dei giudici? Mentre i partiti si preparano alla conta, la sensazione è che il tempo inizierà a dare ragione a quel “folle” di Sassari, troppo lucido per un Paese che stava già svendendo il proprio futuro

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