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Economia

L’Italia scommette sulla deroga al Patto, la Bce non alza i tassi

Via alla risoluzione sul Dfp, la scommessa del governo a cui guarda mezza Europa

di Giovanni Vasso -


Deroga al Patto. Detto, fatto. Sia il ministro Giancarlo Giorgetti che la premier Giorgia Meloni lo avevano detto: non c’è da escludere l’ipotesi, appunto, di una deroga al Patto di stabilità. E ieri il Parlamento ha votato la risoluzione relativa al Dfp in cui il governo si riserva di “avviare discussioni” con la Commissione Ue “volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione” finalizzate, naturalmente, all’attività delle ormai mitologiche clausole di salvaguardia del Patto di Stabilità. Roba che, va da sé, a Bruxelles vedono come il fumo negli occhi. In assenza di una Costituzione, l’euroburocrazia s’attacca ai “trattati” che evidentemente ritiene essere i più belli del mondo. Ma che, più realisticamente, sarebbe l’ora di cambiare dal momento che tutti se ne lamentano. E che buona parte degli Stati Ue (saluti, monsieur Macron) guarda con speranza alla battaglia ingaggiata dall’Italia per accodarsi in seguito in caso di buon esito.

Deroga al Patto non vuol dire più debito

Nessuno, però, si monti la testa. Giorgetti non è certo tipo da indebitarsi. E, anzi, lo ha detto chiaramente in Aula: “Un Paese indebitato non è totalmente libero”. Altro che Robert Capa. Questa, se possibile, appare come la fotografia più nitida e fedele della situazione dell’Italia da qualche decennio a questa parte. “Non si può fare politica ignorando la realtà”, ha aggiunto. Frase, questa, che dovrebbero scolpire all’ingresso di Palazzo Berlaymont. La Commissione non può pretendere di poter avallare clausole e scostamenti sulla Difesa e di impedirle sugli aiuti all’energia. Sarebbe, davvero, mettere famiglie e imprese di fronte alla scelta tra burro e cannoni. A chi l’ha già fatto, tanti e tanti anni fa, non andò poi così bene. La strategia del governo, da un punto di vista “primario” appare chiara. La deroga al Patto ha più di un valore (e obiettivo) politico.

La scommessa del governo

Intavolare anche formalmente un negoziato con Bruxelles. Con ogni evidenza, quindi considerando un profilo “secondario” ma più pragmatico, si può attivare un canale di confronto per scucire qualche margine in più per tentare di salvare ciò che resta della seconda manifattura d’Europa. Intanto, il consiglio dei ministri di ieri pomeriggio ha deciso: sì alla proroga del taglio delle accise ma sarà breve e rimodulato per limitare il prezzo del gasolio rispetto a quello della benzina.

L’Eurotower non alza i tassi (per ora)

Intanto, a Francoforte, la Bce ha scelto di non toccare i tassi d’interesse. Erano al 2% e tali resteranno. L’outlook di Lagarde, però, è estremamente negativo. L’economia Ue non è (ancora?) in stagflazione ma il rischio che la guerra, continuando, possa far male al sistema produttivo europeo c’è, eccome. Basti guardare ai numeri pubblicati da Istat sulle stime della crescita del Pil italiano. Nel primo trimestre di quest’anno, il sistema è cresciuto dello 0,2%. Poco, pochissimo. Sull’anno, l’aumento consolidato è pari a mezzo punto, il trend riferisce di un più ottimista +0,7%. Sempre che, come ha avvisato Giorgetti, non arrivi prima la recessione a complicare tutto. Ma non basta.

L’inflazione fa paura ma non si combatte aumentando il costo del denaro

L’inflazione, per Lagarde, nel breve periodo sarà ben superiore alla soglia standard fissata dall’Eurotower al 2%. Stando ai dati Eurostat, è già schizzata al 3%. In Italia, secondo l’Istat, il livello medio dei prezzi è salito del 2,8%. Tutta colpa dei prezzi dell’energia. Ergo, combatterla a colpi di inasprimento del costo del denaro sarebbe una sciocchezza uguale a quella che ha depresso l’economia europea dal 2022 a oggi. Stando alle proiezioni dei consumatori Unc, si tratta di un trend che porterà le famiglie a scucire fino a poco più di mille euro l’anno in più per le spese base, dal carrello fino alle bollette. Il rischio che a giugno, come profetizzano gli analisti da mesi, la Bce concretizzi il tanto temuto avvitamento del costo del denaro è ben più che un’ipotesi. In fondo, farlo ora con il credit crunch che già azzanna le imprese e penalizza le famiglie col mutuo, più che deleterio sarebbe stato inutile.


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