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Cultura & Spettacolo

Biennale, quando l’ideologia mette al bando l’arte 

di Alessandro Scipioni -

epa05955061 A woman looks at exhibits by co-creators Zsolt Petranyi, curator of the project entitled Peace on Earth! and applied Hungarian artist Gyula Varnai at the Hungarian pavilion during a media preview of the 57th International Art Exhibition La Biennale di Venezia, in Venice, Italy, 10 May 2017. The exhibition at the Giardini and the Arsenale venues will open to the public from 13 May to 26 November. EPA/Zsolt Czegledi HUNGARY OUT


​Alla Biennale di Venezia il furore ideologico s’ha da imporre.
Gli artisti russi debbono essere esclusi, perché sono russi.
Li difendo, così come difenderei un artista israeliano o cinese, o cubano, o chiunque altro, indipendentemente dalla bandiera. L’arte non obbedisce ai governi. Ha senso sostenere che un pittore russo equivalga a Putin o un poeta israeliano a Netanyahu?

Qui siamo all’assurdo!

Troviamo razionale una dittatura del pensiero che demonizza intere culture e avalla censure intollerabili. Una giuria di esperti si piega oggi al bilancino geopolitico, giudicando i pennelli in base ai confini, è indegno!

​Il medesimo cortocircuito colpisce il mondo dello sport. Anche sull’ipotizzare di escludere gli atleti russi o iraniani dalle competizioni è un atto di pirateria che tradisce l’essenza stessa delle competizioni.

Chi detesta Trump vorrebbe impedire agli atleti USA di gareggiare?
Quegli atleti sono persone che hanno un loro pensiero. Negarlo equivale a negare la loro specificità di esseri umani!

Si applicherebbe lo stesso metro per le formazioni iraniane o cinesi?
Ma veramente l’irrazionale è diventato razionale?

Qui non si tratta di prendersela con la politica di un governo, ma di demonizzare una cultura, di demonizzare un popolo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale non si vietò Wagner né si oscurò il Rinascimento italiano. L’arte è sovranazionale, non può essere ridotta e rinchiusa negli angusti orizzonti limitati che luogo è del momento.
Maglie che rappresentavano nazionali non si dovevano inchinare contro il razzismo, si dovevano genuflettere alla preponderanza di un’ideologia dominante.

Sarebbe stato meglio indossare una maglia con la scritta “il razzismo è merda” con fierezza, piuttosto che piegarsi; perché domani verrà chiesto di piegarsi per un’altra battaglia magari estremamente più divisiva, spacciata per diritto innegabile. E chi non si inchinerà sarà messo all’indice.

​Questo clima si riflette in una propaganda bellicista endemica che sostiene solo Kiev e tace sistematicamente su pagine oscure come il rogo di Odessa. Il 2 maggio 2014, 48 pacifisti russofoni furono arsi vivi da nazionalisti ucraini nel Palazzo dei Sindacati. Un anniversario che caduto nel silenzio dei media occidentali.

La narrazione è diventata a senso unico, questa democrazia somiglia sempre più a una tirannia del consenso, dove la libertà di espressione è un lusso concesso solo a chi si allinea.
Il diritto degli artisti russi di essere alla Biennale è inalienabile. Difendere la loro presenza significa difendere la libertà di tutti.

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