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Economia

Ue, adesso ascolta Leone

Bruxelles che punta al riarmo non ignori il monito del Pontefice o l'Europa rischia davvero grosso

di Giovanni Vasso -


Ue, ascolta Leone. In un mondo impazzito s’alza la voce, altissima, di un Pontefice che non ha paura. La pace, ha detto il Sommo Pontefice, è messa a repentaglio “dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana”. Ecco. Farebbero bene, anzi meglio, a Bruxelles a prestargli ascolto. Perché la situazione, che s’aggrava di giorno in giorno, di apertura in smentita, rischia di diventare kafkiana. Come glielo spiegheranno, ai cittadini europei, che non c’è spazio per aiutare le famiglie alle prese con i rincari, con la benzina che costa sempre di più, con le bollette impossibili, con un carovita asfissiante ma che, invece, ci son praterie invece per gli Stati che decidessero di spendere, fuori da ogni Patto, per procedere al riarmo?

Perché l’Ue dovrebbe ascoltare Papa Leone

La situazione si complica. Perché Donald Trump ha deciso di alzare la posta contro quei riottosi degli europei e di incalzare Bruxelles sui dazi. A prescindere, evidentemente, da ciò che ne possa pensare in merito la stessa Corte di Commercio americana che, ieri ancora, ha bollato come illegali le tariffe al 10 per cento. Ha dato tempo, Trump, fino al 4 luglio. Non è un giorno come un altro, è quello che in America si festeggia coi botti dell’Indipendenza. Dall’Europa, va da sé. “Ho atteso pazientemente che l’Unione europea rispettasse la propria parte dello storico accordo commerciale che abbiamo raggiunto a Turnberry, in Scozia, il più grande accordo commerciale di sempre”. Tanto “grande” che proprio gli Stati Uniti c’hanno messo mesi prima di firmare la dichiarazione congiunta a cui, oggi, fanno mostra di tener così tanto.

Trump urla, Ursula pigola

“Era stata fatta una promessa: che l’Ue avrebbe rispettato la propria parte dell’intesa e, come previsto dall’accordo, avrebbe ridotto i propri dazi a zero! Ho accettato di concederle tempo fino al 250° anniversario del nostro Paese, altrimenti, purtroppo, i loro dazi aumenteranno immediatamente a livelli molto più alti”. Fedele a se stessa, Ursula von der Leyen ha pigolato di “buoni progressi” e di impegni che restano chiari e che saranno attuati. Intanto, però, la Francia spinge per rafforzare le clausole Made in Europe sugli appalti, così da far pressione sugli States mentre la Bce sogna di scalzare al dollaro l’esorbitante privilegio della moneta globale di riserva. Non funzionerà. Perché, a furia di rafforzare l’euro, si continuerà a danneggiare l’economia reale. Un’altra guerra, che sarà davvero difficile da spiegare agli europei. E sarà ancora più difficile spiegar loro che l’incubo commerciale dell’accordo transatlantico del Ttip, forse la prima (e unica) volta in cui l’Ue ha fatto l’Europa rigettandolo senza appello, tornerà a condizioni ben più severe. Insomma, un gran guazzabuglio.

Il nodo dell’energia, l’appello di Orsini

Il problema più pressante di oggi, però, è quello dell’energia. E lo ha ricordato, ancora una volta, Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. Ha parlato di “compiti a casa”, dicendo che l’Italia deve accelerare sulle rinnovabili e recuperare il tempo perduto sul nucleare. Quindi ha ribadito, ancora una volta, che l’Europa avrebbe (e sarebbe ancora in tempo a farlo…) dovuto fare l’Europa e che, quindi, avrebbe dovuto mettere sul tavolo miliardi, in debito comune (gli eurobond) per investire forte sulle reti e sulla produzione energetica. Per uscire dalla dipendenza, che continuiamo a scontare a caro prezzo. Valdis Dombrovskis, un uomo chiamato Rigore, ha detto a La Stampa che, forse, l’Italia uscirà dal Patto di Stabilità già in autunno. Un (penoso?) tentativo di salvare capra e cavoli, l’ennesima conferma del fatto che a Bruxelles occorre battere i pugni sul tavolo per ottenere (chissà) qualcosa.

La flessibilità che avvince l’Europa dei compromessi

Roma, se insiste, rischia di mandare a ramengo un’intera architettura di controllo economico (e dunque anche politico) a cui sempre più Stati membri iniziano, se non a ribellarsi, quantomeno a guardare con sospetto. Loro, i governi dei Paesi, devono interfacciarsi con gli elettori a differenza dei “nominati” della Commissione. Forse è questo il gap, chi può dirlo.  Fatto sta che bisogna far presto, bene e con coraggio. Scuotersi la polvere di dosso, dare una mano a un’Europa che mai come adesso, negli ultimi anni, ha rischiato grosso. Basta investire nelle armi e nella guerra. Sarebbe il caso di garantire una flessibilità (vera) agli Stati. Non hanno sentito Giorgetti, né il buonsenso. Speriamo che Ursula e soci prestino ascolto, almeno, al coraggioso e altissimo monito del Papa. Ue, adesso ascolta Leone.


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