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Attualità

La Biennale degli scudi

di Giuseppe Tiani -


Alla Biennale di Venezia sono entrati gli scudi. E quando gli scudi entrano nei luoghi dell’arte, non siamo più davanti a una semplice contestazione, ma a una scheggia della decadenza culturale e politica del nostro tempo. La radice cristiana che ha concorso a edificare l’Occidente, quando viene piegata al “prima noi”, cioè al presupposto politico del dominio, non genera più civiltà. Il paradosso è che una politica che si richiama a quella radice può tradirla proprio quando la innalza a bandiera di esclusione, fino a negare il valore universale dell’arte, che nasce nei popoli e parla oltre frontiere, bandiere, nazioni. Il disordine mondiale è entrato nei luoghi dove l’uomo dovrebbe mostrare la parte più alta di sé. Arte, estro, talento e libertà dell’intelligenza non dovrebbero avere colore, patria, confini o fazioni. L’orrore e il dolore che il popolo palestinese continua a subire sono inaccettabili e interrogano ogni coscienza libera, ma non possono diventare alibi per le frange radicali che hanno scambiato la Biennale per un campo di battaglia. La Digos e i Reparti Mobili della Polizia di Stato sono dovuti intervenire in luoghi che appartengono alla parte più nobile della civiltà e che non dovrebbero essere ridotti a problema di ordine pubblico. Bisogna dirlo a quei salotti che dicono di amare l’arte e la libertà ma, chiusi nell’ipocrisia di una vacua superiorità, guardano ancora i poliziotti con il distacco estetico di certa borghesia intellettuale. La crisi culturale e politica scarica sulla pubblica sicurezza la difesa dello spazio civile che consente all’arte, alla protesta e alla libertà di esistere senza diventare sopraffazione. Meno male che ci sono i poliziotti, verrebbe da dire, ma è un “meno male” amaro e scomodo, perché Autorità di pubblica sicurezza e poliziotti reggono il peso concreto di conflitti che altri riducono a posa morale e frastuono retorico. Buttafuoco e Giuli, pur appartenendo allo stesso campo, sembrano due sintomi dello stesso smarrimento. Il primo dice una verità, che la Biennale non è un tribunale ma un giardino di pace. Il secondo ricorda, con accenti più politici e un tratto quasi naïf, che l’arte è diventata inciampo diplomatico e imbarazzo. Nel frastuono, è mancata una parola alta della Commissione Cultura del Parlamento, chiamata a ricordare che l’arte non appartiene né al governo né alla piazza, perché parla un linguaggio universale. Eppure, la realtà è entrata nei padiglioni senza chiedere permesso. E non si può pretendere un’arte neutrale, perché sarebbe tappezzeria del potere. Guernica di Picasso è un urlo contro l’orrore. Il 3 maggio 1808 di Goya è la pietà che accusa la violenza. Ma i musei che ospitano Picasso e Goya non sono stati trasformati in trincee. Quindi, davanti all’arazzo di Guernica all’ONU, bisognerebbe forse sbarrare il passaggio ai diplomatici dei Paesi che hanno subito o prodotto orrori di guerra, fino alla rimozione dell’opera? Sarebbe il trionfo dell’ipocrisia, cancellare l’arte perché dice la verità, o chiudere un padiglione perché afferma l’esistenza di un popolo, di una cultura, di un credo, di una nazione. La Biennale ci segnala che le culture dominanti, a destra come a sinistra, non riescono più a leggere il conflitto senza trasformarlo in fazione. Cifra di una debolezza culturale che una nuova visione liberale, umana e socialdemocratica può colmare. La Biennale non è un tribunale, ma la politica è entrata nei padiglioni, con Giuli e la sua grammatica, Buttafuoco e la libertà metafisica, i manifestanti e i cortei. E mentre l’arte veniva trascinata nelle fazioni, ai poliziotti restava la prosa più difficile, quella di garantire la protesta e custodire lo spazio civile senza il quale arte, libertà e dissenso diventano preda della sopraffazione.


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