Insalata in busta: la filiera vale 1 miliardo ma non regge
Un’Italia leader in Europa, con un fatturato che ha consolidato la soglia di 1,1 miliardi di euro, ma...
Nel panorama agroalimentare italiano c’è un comparto che si muove a una velocità vertiginosa – l’insalata in busta -, ma con il freno a mano tirato dai costi.
Insalata in busta al top
È la cosiddetta Quarta Gamma: frutta e verdura fresche, lavate, confezionate e pronte al consumo. Un caso di studio unico. Nei numeri, un’Italia leader in Europa, con un fatturato che ha consolidato la soglia di 1,1 miliardi di euro.
Dietro questa cifra monumentale, una frizione strutturale che mette a rischio la tenuta di un intero ecosistema agricolo e industriale. La filiera coinvolge oltre 400 aziende agricole altamente specializzate e circa 150 stabilimenti di lavorazione, impiegando direttamente più di 30mila addetti.
Ogni anno, dalle linee di produzione escono circa 500 milioni di confezioni. Gli italiani sono i primi consumatori del continente: l’82% delle famiglie acquista regolarmente queste referenze.
Una capillarità che si scontra con una dinamica di prezzo spietata
Negli ultimi cinque anni l’ortofrutta sfusa ha subito rincari medi del 18% ma il prezzo medio alla cassa delle buste è rimasto quasi immobile, con un incremento che non ha superato il 4,5%.
La criticità più grande, nell’esasperazione dei costi intermedi. In una busta di insalata, il valore della materia prima agricola incide per meno del 30% sul costo finale. Il restante 70%, assorbito dal “servizio”: lavaggio, asciugatura, selezione ottica, packaging e, soprattutto, logistica.
Il mantenimento della catena del freddo costante a 4°C, la voce più pesante con costi energetici stabilizzati su livelli superiori del 40%. Se il prezzo a scaffale non riflette l’impennata di elettricità, logistica e polimeri per il packaging, il margine operativo delle aziende si polverizza.
Produrre di più significa esporsi a un rischio finanziario crescente
Le linee lavorano h24, la redditività è scesa sotto la soglia di sicurezza dell’1,5%. L’ Unione Quarta Gamma, che aggrega il 60% della produzione nazionale, è la risposta politica a questo stallo. Il settore tenta di abbandonare il modello “commodity” per evitare che l’eccellenza tecnologica italiana venga svenduta.
Una sfida duplice: negoziare con una Gdo che spinge per prezzi civetta e comunicare al consumatore che il risparmio di tempo in cucina richiede un’infrastruttura industriale costosa. Senza un riallineamento dei valori, il miliardo di fatturato rimarrà un indicatore di volume, stoppando gli investimenti necessari per la transizione ecologica e il ricambio generazionale della filiera.
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