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Torino

Inatteso Settecento: Mozart, Haydn ed Eberl secondo Reinhard Goebel

di Redazione -


Tra i protagonisti più influenti della prassi esecutiva storicamente informata, Reinhard Goebel continua a occupare un posto speciale. Fondatore nel 1973 di Musica Antiqua Köln, ensemble che ha cambiato radicalmente il modo di interpretare il repertorio barocco, il direttore tedesco ha imposto negli anni uno stile inconfondibile: nervoso, analitico, tagliente, lontano da qualsiasi eleganza ornamentale fine a sé stessa. E il concerto della Filarmonica del Teatro Regio di Torino, penultimo appuntamento della stagione e significativamente intitolato Inatteso, ne è stata un’ulteriore conferma.

Il programma riuniva tre autori coevi ma diversissimi per destino storico: Mozart, Franz Joseph Haydn e Anton Eberl. Tre nomi che, sotto la direzione di Goebel, hanno restituito un’immagine del classicismo tutt’altro che levigata o rassicurante.

La serata si apriva con la versione orchestrale della Fantasia in do minore KV 475 di Mozart, realizzata nei primi anni dell’Ottocento da Carl David Stegmann e accostata al primo movimento della Sonata KV 457. Già nell’originale pianistico la Fantasia rappresenta una delle pagine più inquietanti e sperimentali di Mozart: il discorso musicale si sviluppa liberamente, senza la rassicurante simmetria del classicismo viennese, alternando episodi tempestosi a improvvise sospensioni liriche. La tonalità di do minore — la stessa del Concerto KV 491 e della Musica funebre massonica — imprime all’opera un carattere tragico e intensamente drammatico.

L’orchestrazione di Stegmann, pur non appartenendo alla mano di Mozart, si rivela sorprendentemente efficace nel mettere in evidenza la teatralità della partitura. Goebel accentua con decisione i contrasti dinamici e i chiaroscuri timbrici, sostenuto da archi dal suono caldo e da una tavolozza di fiati particolarmente ricca. Il risultato non sostituisce l’originale pianistico, ma ne offre una prospettiva diversa, più estroversa e “teatrale”.

Cuore del concerto era però la Sinfonia n. 45 di Haydn, universalmente nota come Gli addii. Composta durante il servizio presso la corte degli Esterházy, appartiene al periodo dello Sturm und Drang, la stagione più inquieta e sperimentale del compositore austriaco. Sin dall’attacco emerge una tensione drammatica inconsueta, accentuata dalla rarissima tonalità di fa diesis minore e da un linguaggio armonico sorprendentemente moderno.

Goebel legge Haydn senza alcuna concessione alla tradizione più salottiera e decorativa. Al contrario, ne sottolinea la tensione continua, gli sbalzi dinamici, le instabilità armoniche, facendo emergere un autore quasi proto-beethoveniano. È una lettura che restituisce tutta la forza innovativa di questa musica e che funziona come antidoto a certe interpretazioni ancora troppo edulcorate e innocue del classicismo settecentesco.

Naturalmente il celebre finale teatrale è stato eseguito fedelmente. Secondo la tradizione, Haydn concepì la sinfonia per suggerire al principe Esterházy il desiderio dei musicisti di tornare finalmente a casa dopo una permanenza troppo lunga nella residenza estiva. Nell’ultimo movimento gli orchestrali smettono progressivamente di suonare, spengono la candela e lasciano il palco uno dopo l’altro. Al Regio i professori della Filarmonica hanno abbandonato lentamente la scena fino a lasciare soli Cecilia Laca e Valentina Busso, prime parti dei violini. Un momento insieme ironico e malinconico, accolto dal pubblico con entusiasmo.

La seconda parte era dedicata ad Anton Eberl, compositore oggi poco frequentato ma assai stimato dai contemporanei. Pianista virtuoso, amico e allievo di Mozart, Eberl rappresenta perfettamente quella generazione di autori rimasti schiacciati, nella memoria storica, dall’ingombrante presenza della triade Mozart-Haydn-Beethoven.

La sua Sinfonia op. 33, eseguita per la prima volta a Vienna nel 1805 nello stesso concerto dell’Eroica beethoveniana, fu accolta all’epoca con enorme entusiasmo. E ascoltandola si comprende facilmente il motivo: la scrittura conserva la chiarezza formale del classicismo, ma vi innesta una vitalità ritmica e una tensione espressiva già pienamente romantiche. Goebel ne valorizza tanto l’eleganza architettonica quanto il dinamismo marziale, dirigendo con energia trascinante e assoluta lucidità.

Ma l’ultima sorpresa arriva fuori programma. Tornato sul podio dopo gli applausi finali, Goebel annuncia una marcia di Michael Haydn e invita il pubblico a lasciare progressivamente la sala durante l’esecuzione, ribaltando ironicamente il meccanismo degli Addii. Dopo qualche istante di esitazione, gli spettatori torinesi obbediscono divertiti, abbandonando lentamente il teatro mentre la musica continua. Un finale perfettamente coerente con lo spirito della serata: intelligente, imprevedibile e sottilmente provocatorio.

Renato Verga ilTorinese.it


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