La guerra la paghiamo noi e l’Ue aspetta (e spera)
Lagarde come Lapalisse propone riforme impossibili già bocciate nei fatti mentre le famiglie sono allo stremo
La guerra esige il prezzo che paghiamo (già) noi: ad aprile nuova fiammata del carovita, l’inflazione sale, decolla il carrello della spesa. Ma l’Ue non fa nulla. Ligia alla sua strategia “aspetta e spera”, Bruxelles guarda e prega che tutto finisca prima possibile. Una preghiera, più che una linea d’azione, condivisa pure con la Bce. Dove Lagarde cede il posto a Lapalisse: “Le prospettive di crescita sono incerte, dipendono dalla durata della guerra”. Ma va?!
La guerra la paghiamo noi
Una cosa alla volta. L’Istat, innanzitutto. Ad aprile vola l’inflazione. Su i prezzi degli energetici, iniziano a salire pure quelli degli alimentari, il trend sul mese è pari al +1,1%, l’andamento annuale riferisce di un aumento dei prezzi medi stimato nel 2,7%. Il carrello della spesa, da solo, è aumentato del 2,3% confermando i rialzi già registratisi a marzo (+2,2%). Mangiare, dall’inizio dell’anno, costa sempre di più. Assoutenti ha redatto un “listino” dei rincari. I pomodori sono aumentati del 33,6%, poi ci sono le melanzane (+28,5%) e dai piselli (+27,3%). I legumi salgono in media del 20,4%, i carciofi del 17,3%, i limoni del 14,2%. Basta così? No di certo: fagiolini freschi (+14,1%), cavolfiori e broccoli (+13,4%), peperoni (+8,9%), carne bovina e uova (+8,3%). E se non riapre Hormuz, purtroppo, questo sarà solo l’inizio. La guerra la paghiamo, e la pagheremo ancora, noi.
La mazzata per le famiglie
Il Codacons, a proposito di consumatori, ha fatto i conti. La guerra in Iran costa alle famiglie italiane una stangata da 23 miliardi di euro. Il costo di un paio di manovre finanziarie. In soldoni, la spesa media salirà di 893 euro l’anno per una famiglia di tre persone. Sale a 1.233 euro annui per i nuclei con due figli. Le mazzate arriveranno dalla spesa alimentare (185 euro in più) oltre che dall’energia e dalle bollette. Confcommercio suona l’Olifante in cerca di aiuto: “La ripresa dell’inflazione ed il contemporaneo deterioramento della fiducia delle famiglie, seppure al momento non sembrano aver prodotto effetti significativi sui consumi, rischiano di provocare nei prossimi mesi una brusca inversione nei comportamenti delle famiglie”. Detta più chiara, le prospettive di crescita a maggio rischiano di squagliarsi come un gelato all’Equatore. O nel Golfo Persico, che è lo stesso. Ed è proprio da lì che arrivano i dolori.
I dati della Bce
La Bce lo sa, lo ammette e anzi lo mette nero su bianco. Il petrolio costa il 67% in più rispetto all’inizio della guerra, il prezzo del gas “rimane superiore del 47%”. I prezzi, dicono gli scienziati dell’Eurotower, sono “altamente volatili” in quanto “il clima di fiducia del mercato ha oscillato tra l’ottimismo circa la potenziale riapertura dello Stretto di Hormuz e il pessimismo seguito all’intensificarsi delle tensioni, anche a causa di attacchi alle petroliere”. Metteteci, poi, la corsa alle scorte dal momento che la grande paura, quella che non si può nemmeno evocare manco fosse il nome di Sauron, è che di petrolio e gas non ne arrivi proprio più. Di fronte a uno scenario del genere, l’Ue resta fedele a se stessa. Non decide nulla, si ancora ai numeri, fa richiami più o meno alati sulla necessità della transizione energetica.
Da Lagarde a Lapalisse
La Bce, poi, riesce nel capolavoro della banalità: “Le prospettive economiche sono molto incerte e dipenderanno dalla durata della guerra in Medio Oriente e dall’intensità dei suoi effetti sui mercati dell’energia e delle altre materie prime, nonché sulle catene di approvvigionamento mondiali”. Non contenta, Lagarde come un Lapalisse incattivito richiama gli Stati membri al braccino corto e a rivolgersi, fidenti e adoranti, al cuore immacolato di Santa Riforma. Sembra proprio che a Francoforte gli anni ’90 non siano mai passati. “Le manovre di bilancio in risposta allo shock sui prezzi dell’energia dovrebbero essere temporanee, mirate e modulate”. E ancora: “Sono più che mai essenziali riforme volte a migliorare il potenziale di crescita dell’area dell’euro e ad accelerare la transizione energetica per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili”. Quali? “Il completamento dell’Unione del risparmio e degli investimenti è d’importanza cruciale per finanziare l’innovazione, sostenere le transizioni ecologica e digitale e aumentare la produttività”. Ma non ditelo al governo tedesco che fa le barricate contro Unicredit su Commerzbank. E nemmeno ai capintesta della Bce, clamorosamente smentiti dai fatti. E da Merz. La Germania, anzi, otterrà a giugno l’aumento dei tassi di interesse. Quelle chance, madame Lapalisse, pardon Lagarde.
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