Tutte le intese commerciali: il filo di alleanze per costruire le rotte (e l'economia) del futuro
Dal Giappone all’India. C’è un lavoro quasi invisibile che, però, è decisivo per il futuro del Paese. Il mondo ribolle. Prima i dazi di Trump hanno archiviato una stagione commerciale atlantica che, adesso, sembra tutta da riscrivere. Poi è arrivata la guerra in Medio Oriente che ha riproposto, dopo il conflitto tra Russia e Ucraina, la centralità delle supply chain affidabili, magari corte, e delle materie prime. Il globo si surriscalda, sul serio però. L’Italia, intanto, prova a raffreddare i (tanti, forse troppi) problemi che incombono sul suo sistema economico e produttivo stringendo alleanze, accordi, intese. Valutando partnership internazionali che possano fungere da volano al rilancio dell’economia senza esser costretti ad attendere che si muova, con i tempi elefantiaci (e le insidie connesse) per forza Bruxelles. L’ultima intesa destinata a rafforzarsi, ma solo in ordine cronologico, è quella che unirà ancora di più Italia e Giappone.
India e Giappone, la posizione dell’Italia
Tra Roma e Tokyo i rapporti non sono mai stati così buoni come adesso. Derivano, evidentemente, anche da un destino comune. Sia l’Italia che il Giappone hanno costruito la forza dei loro sistemi produttivi sull’export, in particolar modo quello orientato verso gli Stati Uniti d’America. Con cui i rapporti, storicamente dalla fine del secondo conflitto mondiale, sono sempre stati ottimi. Fino, va da sé, all’arrivo, anzi al ritorno, di Donald Trump alla Casa Bianca.
A Nagoya, ieri, il viceministro alle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini ha ribadito, e lo ha fatto davanti alla platea di imprenditori dell’Italy-Japan Business Group (Ijbg), la necessità di stringersi ancora di più. Tra “due sistemi industriali” che non solo “condividono la stessa idea di impresa” come “luogo in cui si accumula conoscenza nel tempo, in cui la qualità è una missione, non una variabile di costo; in cui la continuità conta quanto la crescita; in cui il rapporto con il territorio, con i fornitori e con le persone è parte integrante del vantaggio competitivo”. Ma pure due sistemi potenzialmente complementari tra “le grandi aziende nipponiche e le imprese familiari italiane: sistemi diversi nella forma, ma profondamente convergenti nella sostanza”. Valentini ha poi ricordato che ci sono oltre 670 le imprese a partecipazione giapponese presenti in Italia, che occupano più di 66.000 persone e generano oltre 35 miliardi di euro di fatturato.
Un’amicizia strategica
Peraltro va pure notato che alcune di queste, come per esempio Hitachi, sul fronte dei trasporti e della logistica nazionale, sono attivamente impegnate in progetti a dir poco strategici. Insomma, si è trattato di un importante appuntamento finalizzato a rafforzare il Partenariato Strategico Speciale sottoscritto dalle premier dei due Paesi, Giorgia Meloni e Sanae Takaishi.
Non è solo in Giappone, chiaramente, che si dirigono i progetti economici e di cooperazione italiana. Solo qualche settimana fa, infatti, il presidente indiano Narendra Modi ha restituito la visita istituzionale di Meloni. È arrivato a Roma e qui sono stati sottoscritti e rafforzati piani di azione e progetti comuni. L’India, oltre a rappresentare un mercato la cui crescita è promettentissima, ha una valenza strategica fondamentale. Se solo si pensa, infatti, ai progetti della via del Cotone come alternativa, in termini di visione e lavoro internazionale, a quella della Seta proposta dalla Cina. E da cui l’Italia, negli anni scorsi, si è tirata fuori dopo l’adesione tributata ai tempi del primo governo Conte. Sfilandosi, è logico, l’Italia ha finito per stringersi ancora di più a Giappone e India, antagonisti naturali del Dragone. Non solo in Asia.
In prima linea per gli accordi di libero scambio
Un fronte, questo, che vede coinvolta anche l’Europa. Che, con l’India, ha sottoscritto un patto di libero scambio di fondamentale importanza. Vieppiù in un Paese già bollato da Donald Trump come una sorta di regno maledetto di dazi e tariffe. Un altro tassello fondamentale della strategia italiana verso l’estero è il Medio Oriente. È stata proprio Giorgia Meloni, a Pasqua, a recarsi in un viaggio istituzionale tra le petromonarchie locali. Ha intrecciato i ponti proprio mentre cadevano dal cielo le bombe dall’Iran. Certo, il tema centrale di quel viaggio, come di quello che l’ha seguito di qualche settimana in Azerbaigian, era ed è quello dell’energia. Però i rapporti commerciali tra Italia e Paesi del Golfo sono molto più complessi. Basti pensare, per esempio, alle innumerevoli partecipazioni arabe, qatariote ed emiratine nelle imprese italiane e ai loro investimenti nel Bel Paese. Antonio Tajani preme, da tempo, sulla necessità di giungere a un accordo di libero scambio con gli Emirati Arabi Uniti. Anche in questa vicenda, va da sé, l’Europa dovrebbe recitare un ruolo importante.
Capitolo America
C’è, poi, tutto il capitolo legato al Sudamerica. L’intesa tra Ue e Mercosur è (seppur provvisoriamente) già attiva. L’Italia, anche grazie alle forti comunità di italodiscendenti diffuse in ogni angolo dell’America (non solo quella del Sud), si presenta con delle credenziali importanti. A cui, tra gli altri, crede fortemente Confindustria, tra i più accesi sostenitori della firma all’intesa. Insomma, l’obiettivo è quello di diversificare. Sfruttando ciò che gli italiani fanno (bene) da secoli. Andarsene in giro per il mondo a commerciare, a vendere e comprare, a fare affari contribuendo così alla pace e alla stabilità delle relazioni internazionali. Dal Giappone al Sudamerica, passando per l’India e per il Golfo Persico. Ma le rotte dell’Italia non sono tutte qui.